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Sterilizzazione tubarica: la difesa contesta la versione ospedaliera e chiede accertamenti

Sterilizzazione tubarica: la difesa contesta la versione ospedaliera e chiede accertamenti

Consenso e documentazione sotto esame: la disputa sulla sterilizzazione dopo cesareo all’ospedale Cardarelli

Napoli, 6 novembre 2026 – Una vicenda che mette al centro la tensione tra diritti delle pazienti e la gestione della documentazione sanitaria. Una donna di 32 anni, operata nel 2023 con cesareo dopo la perdita del feto, chiede chiarimenti sull’eventuale sterilizzazione delle tube, contestando le prime verifiche rese note dall’ospedale Cardarelli. La difesa sostiene che la cartella clinica sia chiara su una procedura del genere, mentre la versione ufficiale finora diffusa dall’ospedale ne non confermerebbe l’esistenza.

La riflessione legale prende corpo attorno a una testimonianza chiave dell’avvocato della parte offesa, Francesco Petruzzi. “Prendiamo atto che, secondo le prime verifiche del Cardarelli, non risulterebbe alcuna procedura che abbia interessato le tube uterine”, ha commentato. Ma per il legale sarebbe sufficiente consultare la documentazione interna, in particolare il registro operatorio relativo al 18 agosto 2023, dove, secondo la sua ricostruzione, sarebbe presente la dicitura “altra legatura e sezione bilaterale delle tube – intervento di Pomeroy” accompagnata dall’indicazione di “sterilizzazione tubarica bilaterale”.

Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la cartella clinica conterrebbe proprio quella formulazione, la quale, a detta della difesa, si ritroverebbe anche nella scheda di dimissione e nella copertina della cartella. Petruzzi sottolinea inoltre presunte lacune documentali, tra cui l’assenza di un consenso esplicito della paziente alla sterilizzazione e la mancanza di una spiegazione sulle ragioni della procedura. “Sono documenti del Cardarelli, non nostri”, ha insistito, evidenziando come tali incongruenze possano incidere sulle prospettive future della paziente.

La difesa non manca di richiamare un modulo firmato dalla donna in cui, sempre secondo la versione presentata, l’ospedale avrebbe assunto l’impegno a “salvaguardare la sua salute e la fertilità”. Dalla lettura della difesa, quella clausola contrasterebbe con quanto indicato nei registri operativi e con le conseguenze subite dalla paziente. Una discrepanza che, se confermata, potrebbe alimentare un’inchiesta sull’iter clinico tenuto dall’ospedale.

La questione della tempistica aggiunge ulteriore complessità al quadro. L’avvocato ha contestato il riferimento ai tre anni trascorsi dall’intervento, definendolo incongruo rispetto al vissuto della paziente. Per Petruzzi, quei “tre anni” rappresentano invece il periodo durante il quale una donna di 32 anni ha scoperto di non poter più concepire e ha dovuto avviare percorsi di procreazione assistita che non aveva chiesto di intraprendere. Secondo la difesa, il cambio di guida dell’unità operativa non modifica la sostanza degli atti clinici.

Il caso resta aperto all’esito degli accertamenti. Saranno gli investigatori e i consulenti tecnici a verificare la completezza e la veridicità della documentazione sanitaria, nonché eventuali responsabilità, mentre la posizione della paziente e della sua difesa rimane ferma sull’ipotesi di una sterilizzazione non adeguatamente autorizzata o spiegata. Le parti sembrano infatti concordi nell’attendere gli sviluppi delle verifiche giudiziarie e tecniche, che dovranno chiarire cosa sia realmente successo durante l’intervento e quali atti siano stati registrati in cartella.

La vicenda, al di là della singola protagonista, rilancia una domanda non più banale: quanto può influire una documentazione in gran parte tecnica sulla fiducia nelle strutture sanitarie e sui diritti delle pazienti? Nel confronto tra le versioni – quella dell’ospedale che negherebbe procedure sulle tube e quella della difesa che cita specifiche annotazioni – resta cruciale distinguere tra fatti accertati, ipotesi investigative e accuse eventuali.

In attesa di chiarimenti, il Cardarelli resta chiamato a mettere al centro trasparenza e completezza della documentazione, affinché la storia non sia letta solo come una controversia tra parti, ma come un precedente utile per la gestione corretta dei consenso informato e della cartella clinica. Le prossime settimane potrebbero delineare i contorni di responsabilità potenziali e, soprattutto, offrire risposte alle domande di una paziente che, tre anni dopo l’intervento, si trova a dover ridefinire il proprio percorso di vita e di salute.

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