Un filo lungo tre decenni collega un omicidio di Stato a una rete di usura, capace di intrecciare condotte criminali con una gestione economica clandestina. È questa la chiave dell’inchiesta condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che ieri ha portato all’emissione di tre ordinanze di custodia cautelare nei confronti di tre esponenti di una famiglia legata al clan Mariano. Carmine Petrillo, detto “a Pesella”, Amelia Rosiello e Adele Petrillo sono accusati di usura, estorsione e associazione a delinquere aggravata dal metodo mafioso. L’indagine, coordinata dalla Dda e affidata al gip Luca Della Ragione, prova a far luce su una macchina della paura seguita a pagare interessi capestro e a reinventare rispetto del territorio napoletano. Secondo quanto riportato da cronachedellacampania.it, il quadro investigativo mostra una trama organica tra violenza economica e minacce sistematiche.
Gli investigatori descrivono una dinamica in cui chi non riusciva a far fronte alle scadenze dei prestiti finiva coinvolto in episodi di aggressione e ritorsione. Le procedure hanno portato al sequestro di un vero e proprio libro mastro clandestino, dove venivano annotati con codici i prestiti concessi, i tassi applicati e le scadenze imposte agli imprenditori e ai cittadini ormai alle corde. Accanto ai registri sono stati recuperati orologi di lusso e ingenti somme di denaro contante, materiale che, secondo gli atti, testimonia la gestione di una cassa capace di alimentare una rete di pressioni e ricorsi all’alto, anche al di fuori delle tradizionali situazioni di ingiusta pretesa.
La pista, però, va oltre la pratica criminale immediata e si inserisce in un contesto più ampio: l’indagine sta infatti puntando ai mandanti e agli esecutori materiali dell’omicidio di Pasquale Campanello, il sovrintendente capo della casa circondariale di Poggioreale freddato a Mercogliano (Avellino) l’8 febbraio 1993, mentre rincasava dal turno di lavoro. Campanello è ricordato come una figura per lungo tempo impegnata a sostenere la legalità dentro e fuori le sbarre, un’impresa che all’epoca sfidò apertamente il potere dei capi criminali reclusi, provocando una reazione violenta da parte di chi riteneva quel rigore una provocazione.
L’indagine della Dda descrive un legame tra il vecchio tessuto camorrista e le dinamiche economiche odierne, dove la figura del clan Mariano si presenta non come mero retaggio del passato, ma come una possibile matrice di contesto per le stesse condotte estorsive che hanno afflitto il territorio napoletano. In questa cornice, la figura di Amelia Rosiello emerge come elemento chiave nel controllo dei flussi illeciti: dagli uffici di perquisizione sono emerse prove che suggeriscono l’esistenza di un sistema organico capace di muovere risorse e di imporre ritmi di pagamento, con la famigerata “mafia” a fare da sfondo di potere e di intimidazione.
Resta da chiarire l’esatta articolazione delle responsabilità e la catena decisionale che ha dato origine alle azioni contestate. Gli investigatori sottolineano che l’operazione non si limita a una singola ricostruzione di pratica illecita, ma cerca di mappare la rete che ha bilanciato la violenza con la necessità di lucro, rivelando come le misure di usura si siano intrecciate con la minaccia diretta e con l’imposizione di condizioni di pagamento impossibili per molti imprenditori e cittadini.
Questo sviluppo, se confermato, offrirebbe una lettura moderna di quanto accadde già negli anni ’90, dimostrando che i vecchi clan non hanno davvero deposto le armi, ma si sono riorganizzati per adattarsi a nuove forme di pressione economica. Il risultato potrebbe avere una portata non solo giudiziaria, ma anche simbolica: una testimonianza che la memoria di Campanello non è stata solo simbolo di resistenza, ma forse utile chiave di interpretazione per una parte della criminalità organizzata ancora attiva nel cuore della Campania.
In parallelo, restano aperte le questioni procedurali: quali saranno i passi successivi della procura, quali esiti avranno le misure cautelari e come evolveranno le indagini su eventuali altri conti e rapporti illeciti legati al clan Mariano. L’orizzonte resta quello di una verità processuale che possa fare chiarezza su responsabilità e ruoli, senza anticipare orrori o conclusioni non supportate dai fatti. La memoria di Pasquale Campanello e la sicurezza di chi lavora ogni giorno nelle strutture di detenzione restano al centro dell’impegno giudiziario e investigativo.
