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Cronaca

La Spezia: esposto della famiglia Sparago su arma d’ordinanza dopo la morte del maresciallo

La Spezia: esposto della famiglia Sparago su arma d’ordinanza dopo la morte del maresciallo

Una pistola d’ordinanza, protagonista della morte del maresciallo Giovanni Sparago, torna a scavare tra Procura e famiglia: il pubblico ministero di La Spezia ha respinto l’istanza di approfondire le impronte sull’arma e ha confermato l’esame del DNA per il 10 novembre. Un passaggio che riaccende la contesa tecnica tra chi indaga e chi chiede di preservare ogni possibile traccia utile per chiarire cosa sia successo il 18 aprile scorso.

La difesa guidata dagli avvocati Raffaele e Gaetano Crisileo, insieme al consulente genetista della famiglia, il dottor Ugo Ricci, sostiene che l’analisi del DNA non sia sufficiente da sola a chiarire la gestione e l’utilizzo della Beretta d’ordinanza. Secondo i legali, sarebbe necessario partire dalla ricerca delle impronte latenti e procedere poi agli accertamenti genetici, in modo da non precludere esami eventualmente utili in futuro. “Una catena di verifiche che potrebbe influire in modo decisivo sull’interpretazione tecnica dell’arma”, si è sentito riferire dai difensori. Secondo quanto riportato da cronachedellacampania.it, la pistola Beretta non sarebbe stata sequestrata ma acquisita, una sfumatura che, spiegano, va chiarita attraverso ulteriori passaggi istruttori.

Il nucleo di supporto legale a fianco degli avvocati Crisileo è composto dal genetista Ugo Ricci e da altri consulenti: Paride Minervini, Katia Sartori, Silvestro Mauriello, Luca De Gregorio e Salvatore Filograna. L’obiettivo dichiarato è rendere estremamente chiaro il percorso tecnico degli accertamenti sull’arma, evitando che interventi non coordinati compromettano eventuali sequenze investigative future.

Dallo scorso febbraio i genitori di Sparago hanno chiesto un approfondimento strutturale delle procedure: hanno presentato un esposto ai vertici della magistratura, chiedendo al Procuratore capo della Repubblica di La Spezia e al Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Genova di valutare quali accertamenti technici dovessero precedere o accompagnare l’esame genetico. Tra le richieste esplicite, oltre alla ricerca delle impronte papillari, l’eventuale rilevazione di tracce biologiche sull’arma e la possibilità di procedere a verifiche tecniche non ripetibili collegate al DNA.

Il punto che resta particolarmente incisivo riguarda la custodia dell’arma dopo la morte del maresciallo: la difesa evidenzia che la Beretta non sarebbe stata sequestrata, ma acquisita, e chiede approfondimenti su chi abbia avuto accesso all’arma e come sia stata custodita. Domande concrete che, secondo i legali, potrebbero influire in modo determinante sulle successive analisi balistiche e sul raffronto tra munizioni rinvenute, bossolo e proiettile repertati ai bordi del corpo.

Nel frattempo, la Procura ha confermato l’esame del DNA per il 10 novembre. È un appuntamento che rischia di diventare decisivo solo se accompagnato da un ventaglio di verifiche precedenti, come la ricerca delle impronte e l’esame di eventuali tracce biologiche sull’arma. La famiglia ha affidato l’esame a una squadra di consulenti e ha insistito su un quadro più completo delle operazioni che hanno portato alla gestione dell’arma dopo la morte del maresciallo, chiedendo che si chiariscano anche le annotazioni di servizio relative alle mani che hanno toccato l’arma.

A quasi sette mesi da quella tragedia, la domanda centrale resta la stessa: cosa è realmente accaduto il 18 aprile negli uffici del Comando provinciale di La Spezia, e quale è stata la dinamica che ha portato alla morte del giovane originario di Curti? La risposta, ora, passa per una delicatezza delicata di procedure tecniche e per la volontà della famiglia di veder chiare le fasi di custodia, accesso e verifica dell’arma.

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