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Volla, amianto Sacelit: Tribunale Nolano obbliga INAIL a pagare l’indennizzo al lavoratore

Volla, amianto Sacelit: Tribunale Nolano obbliga INAIL a pagare l’indennizzo al lavoratore

Amianto e giustizia all’ombra della Sacelit: la Corte d’Appello conferma la condanna e allarga i diritti delle vittime

Nel maggio 2026 la Corte d’Appello di Napoli ha confermato la condanna pronunciata contro la Sacelit per il decesso di un operaio che lavorava nella stessa squadra della vittima. La decisione arriva in un contesto già segnato da una complessa battaglia legale sui risarcimenti legati all’esposizione all’amianto nello stabilimento di Volla e si inserisce in una cornice di responsabilità industriale che ha attraversato decenni di storia aziendale.

La vicenda ha preso avvio da una contestazione che andava oltre una semplice valutazione economica. L’istituto INAIL aveva riconosciuto l’origine professionale delle placche e delle calcificazioni pleuriche sviluppate dal lavoratore dopo anni di servizio, ma aveva quantificato il danno in una percentuale al di sotto della soglia minima prevista per l’assegno previdenziale. In altre parole, come spesso accade in casi simili, la mediazione tecnico‑amministrativa non bastava a garantire l’indennizzo adeguato, rimandando la questione alla dimensione processuale.

A questo punto si è inserita una parola decisiva: il processo civile. Assistito dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), il lavoratore ha affidato la sua causa al giudice del lavoro. Le perizie medico‑legali disposte dal Tribunale nolano hanno ribaltato la prima stima, attestando una compromissione fisica più grave e condannando INAIL a versare l’indennizzo spettante, oltre ad aprire l’accesso alle prestazioni del Fondo vittime dell’amianto. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la sentenza del Nolano è stata poi valorizzata dalla successiva pronuncia della Corte di Napoli, che ha confermato la responsabilità della Sacelit.

La storia personale dell’operaio incrimina una stagione industriale particolarmente cruenta: impiegato tra il 1976 e il 1997 nel plesso di Volla, si è occupato per oltre quindici anni della produzione di tubi, lastre e giunti in cemento‑amianto. Secondo le ricostruzioni processuali, gli ambienti di lavoro erano saturi di polveri e privi di dispositivi di protezione adeguati, sia individuali sia collettivi, una situazione che ha esposto i lavoratori a rischi gravissimi nel lungo periodo.

La pronuncia della Corte d’Appello di Napoli si inserisce dunque in un quadro giudiziario già tracciato: nel maggio 2026 la stessa Corte aveva confermato la condanna della società per il decesso di un altro operaio operante nella medesima squadra. Un percorso che racconta non solo una vicenda di contenzioso, ma anche una sequenza di responsabilità che trascina con sé diritti concreti per chi è stato esposto a condizioni di lavoro estremamente pericolose.

Ezio Bonanni non risparmia critiche: «Ci troviamo di fronte a una contraddizione non tollerabile. Non è una mera trattativa su cifre o percentuali, ma una fondamentale questione di principio. Alla Sacelit molte persone si sono ammalate e altre hanno perso la vita. È grave che debba intervenire la magistratura per stabilire la reale entità di una patologia professionale: le vittime non possono essere costrette ad affrontare una seconda battaglia in tribunale subito dopo quella combattuta contro la malattia». Il tono è quello di chi vede nella giustizia una tappa necessaria per chi ha subito danni da esposizioni prolungate a materiali pericolosi e nella medicina del lavoro uno strumento di tutela non più rinviabile.

Con questa decisione, il tema della tutela delle vittime dell’amianto torna al centro del dibattito pubblico e giudiziario. L’operazione di riesame delle cartelle INAIL, le verifiche mediche e l’accesso al Fondo vittime dell’amianto rappresentano elementi concreti di una frontiera legale in costante evoluzione. La sentenza ribadisce, inoltre, l’esigenza di una sorveglianza efficace sui luoghi di lavoro e di una responsabilità aziendale chiara quando si tratti di patologie professionali che – come nel caso della Sacelit – hanno attraversato decenni di attività produttiva.

Secondo quanto emerge dal resoconto pubblicato, resta da chiarire quali saranno i risvolti pratici per altre posizioni similari sul territorio, ma l’orientamento della giurisprudenza sembra orientato a riconoscere pienamente i diritti delle vittime e a inquadrare l’evento patologico entro i confini della responsabilità civile delle imprese coinvolte in attività con esposizione a fibre pericolose.

Fonte: cronachedellacampania.it.

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