La notizia è stata accolta come una vittoria: la VIII Commissione Ambiente ha dato l’ok al disegno di legge per l’Area Marina Protetta “Isola di Capri”. Festeggiamenti giustificati, ma prima di sventolare le bandiere di plastica “verde” conviene mettere a fuoco la realtà. L’atto parlamentare è una tappa formale importante, ma non è la protezione di per sé: servono norme attuative, risorse certe, personale per i controlli e meccanismi di governance che funzionino sul serio. In una regione dove promesse e proclami hanno spesso preceduto anni di inerzia, questa approvazione rischia di diventare il classico titolo di prima pagina che si spegne nei corridoi della burocrazia.
Il Ministero dell’Ambiente ha fissato tempi: gli adempimenti dovrebbero partire entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge. Una scadenza che suona precisa sulla carta ma vaga nella pratica, soprattutto se si considera la storia italiana di iter interminabili. L’associazione Marevivo ha salutato il provvedimento come un passo avanti per la tutela del patrimonio naturale dell’isola; applausi meritati, ma non esaustivi. Le associazioni possono indicare la direzione, non sostituirsi ai controllori. Il rischio concreto è che questa nuova veste “protettiva” si traduca in vincoli a parole e in vuoti di fatto: aree off limits sulla carta e pesca indisciplinata, ormeggi selvaggi e affari di bassa manutenzione sotto la superficie.
Dalla legge ai fatti: chi decide e chi controlla?
Il tema cruciale non è se l’area esista sulla mappa, ma come verrà governata: chi stabilirà i divieti reali, chi farà rispettare le zone, chi controllerà i pescherecci e i noleggiatori? Serve una governance che coinvolga le comunità locali, i pescatori, gli operatori turistici e i cittadini, non solo tecnici in ufficio. Senza trasparenza su appalti, gestioni e fondi, la protezione rischia di diventare terreno di clientele e favori mascherati da “progetti verdi”. I cittadini che pagano tasse e vivono dell’isola hanno il diritto di sapere come si spenderanno le risorse e quali risultati concreti produrranno, prima di accontentarsi di comunicati trionfali.
La sfida è semplice da formulare e difficile da vincere: trasformare una bella etichetta in misure reali e misurabili. Chiedere monitoraggi pubblici, bandi chiari, guardie ambientali attive e sanzioni applicate significa non fidarsi delle promesse ma pretendere responsabilità. Se la legge resterà un certificato da esibire per attirare turismo di qualità e non diventerà un meccanismo operativo, avremo solo un altro esempio di greenwashing istituzionale. I residenti dell’isola, i lavoratori del mare e i cittadini della Campania hanno tutto il diritto di sorvegliare e ricordare alle istituzioni che la protezione del patrimonio naturale non è uno slogan, è lavoro, coste pulite, controlli e trasparenza. Chi controllerà i controllori?