Due episodi distinti — una truffa interna all’ateneo e il collasso delle condizioni di lavoro in una grande banca — non sono semplici cronache: sono specchi di un sistema pubblico e privato che continua a scaricare costi e rischi sui cittadini. Nel caso dell’ateneo è arrivata l’interdizione di un anno per una dipendente, accusata di appropriazione indebita e truffa: l’indagine parla di un uso improprio di un conto universitario e di una carta Postamat, dell’acquisto di 248 telefoni cellulari a prezzi agevolati poi rivenduti per un profitto dichiarato di quasi 289.000 euro, con sequestri preventivi per oltre 331.000 euro. I numeri sono chiari, la domanda che resta è: dov’era chi avrebbe dovuto controllare?
Il secondo episodio riguarda Intesa Sanpaolo in Campania, dove i rilievi della FISAC CGIL descrivono organici sotto dimensionati e pressioni commerciali che trasformano lo smart working in una pressione psicologica costante. Non stiamo parlando di malumori sindacali episodici, ma di un modello che scarica sugli impiegati la necessità di raggiungere target numerici mentre la banca riduce risorse e presidio. Ne paga il lavoratore, che subisce carichi insostenibili, e il cittadino-cliente, che vede qualità del servizio e attenzione alle necessità reali ridotte a prodotti da piazzare. Se questa è la modernità promessa, molti la vorrebbero restituire.
Gestione fallace, responsabilità sfumate
È qui che serve smettere di parlare in generale e cominciare a nominare responsabilità e rimedi concreti. Le università non sono boutique autonome dove una carta aziendale diventa conto privato: servono controlli interni, rotazione delle responsabilità contabili, trasparenza nelle convenzioni commerciali e tutele reali per chi segnala anomalie. Allo stesso modo, una banca che reclama efficienza digitale non può ridurre l’organico e poi invocare la produttività come scusa per mettere sotto pressione i dipendenti. Smart working è una modalità di lavoro, non una scusa per tagliare personale e trasformare sportelli e consulenze in macchine da obiettivo.
Chi paga il prezzo di queste disfunzioni? Sempre i soliti: lo studente che vede i fondi mal gestiti, il contribuente che potrebbe dover rispondere a buchi di bilancio, il lavoratore che subisce stress e ricatti impliciti, e il cliente che ottiene meno servizio al costo di sempre. Le soluzioni sono note — audit esterni, trasparenza contabile, limiti ai conflitti d’interesse, più personale e regole chiare sul lavoro da remoto — ma esigere che vengano adottate richiede pressione pubblica e responsabilità politica. Fino a quando la risposta sarà il solito linguaggio burocratico, le storie come queste continueranno a ripetersi e qualcuno dovrà continuare a saldare il conto.