Le indagini che hanno scoperchiato un sistema di spaccio tra l’Irpinia e il capoluogo — come ricostruito da AvellinoToday — portano in aula il 15 settembre sei imputati imputati per traffico di cocaina e altre sostanze. È un fatto: arresti e incriminazioni sono passi necessari. È opinione, però, che non siano né una panacea né una novità epocale. La cronaca ci presenta questa storia come un copione ormai conosciuto: l’operazione arriva, le forze dell’ordine fanno il loro lavoro, si annunciano risultati, poi rimane il vuoto delle politiche pubbliche. Se l’obiettivo è rompere reti e mercati, l’udienza è un punto di passaggio, non l’atto finale.
Una guerra a pezzi
Il problema non è solo giudiziario: la rete scoperta in Irpinia ha diramazioni che raggiungono La Porta Affollata e quartieri della città dove il mercato della droga continua a reinventarsi. Di fronte a questo, chi dovrebbe governare la città preferisce lodi e conferenze stampa. Il Palazzo sotto il Vesuvio e Il Controllore di Cerimonie si alternano a comunicati che rassicurano fino al mattino dopo, poi la quotidianità riprende il sopravvento. Non è retorica polemica dire che la sicurezza non si costruisce a suon di titoli sui giornali; serve strategia, presenza sul territorio e coordinamento con i presidi dei trasporti e con le procure che seguono le indagini.
Non è solo questione di ordine pubblico: la droga prospera dove manca una prospettiva. Qui entrano nella partita anche La Ditta delle Promesse e chi dovrebbe garantire welfare e prevenzione. Senza servizi per il recupero, supporto per le famiglie e opportunità lavorative, ogni arresto rischia di essere un’eccezione temporanea. Allo stesso tempo, la salute pubblica paga il prezzo: servono strutture per tossicodipendenti, programmi di riduzione del danno e investimenti concreti in educazione. Pretendere risultati duraturi limitandosi alla repressione è un gioco di prestigio che costa caro alle comunità più deboli.
La voce dei cittadini, delle famiglie e dei lavoratori è chiara: vogliamo meno comunicati e più fatti. La Sala d’Attesa Collettiva e i servizi sociali locali non possono essere la coda di un’emergenza trattata a compartimenti stagni. Se il 15 settembre l’udienza confermerà le responsabilità penali, sarà giusto celebrare la tenacia degli inquirenti; ma sarebbe altrettanto onesto chiedere ad alta voce chi, in pianta stabile, intende tradurre quelle sentenze in misure preventive, recupero e sicurezza quotidiana. La politica deve smettere di limitarsi a gestire l’emergenza come un bollettino e iniziare a mettere sul tavolo progetti misurabili.
Alla vigilia dell’udienza, la domanda che resta non è solo «chi pagherà per i reati?», ma «chi pagherà per la politica che non ha fermato il reclutamento, il mercato e la rovina delle famiglie?». Se le istituzioni non cambiano registro, il 15 settembre resterà una tappa di rito: utile, ma insufficiente a fermare la procedura di degrado che parte dai territori e arriva fino alla Porta Affollata. E questo, per chi paga tasse e previdenza sociale, è inaccettabile.