Gli ultimi incidenti mortali tornano a ricordarci che la sicurezza stradale non è una questione di retorica ma di organizzazione e responsabilità. A fare le spese di questa mancanza sono i cittadini, pedoni, genitori e lavoratori che ogni giorno attraversano la città e la sua stazione più viva, la Stazione Napoli-Garibaldi, dovendo fare i conti con incroci pericolosi, segnaletica assente e un traffico che sembra un torneo libero. In mezzo a questo caos ci sono le Guardie Giurate, figure spesso applaudite sul momento ma lasciate senza una strategia strutturata: un applauso non sostituisce pianificazione, risorse o un sistema di controllo che funzioni davvero.
Il paradosso della sicurezza pubblica
È un paradosso che merita di essere urlato: si celebra il «sacro impegno» delle forze private che presidiano i luoghi critici, mentre chi dovrebbe decidere la politica della sicurezza fa comunicati. Le immagini quotidiane mostrano uomini e donne in divisa che cercano di arginare emergenze, ma la loro presenza è spesso tamponante, non preventiva. Nel frattempo i trasporti pubblici, con tutti i limiti noti de I Bus con il Pilota Assistente, restano fragili: mezzi affollati, fermate sovraccariche e percorsi che non proteggono i pedoni. Anche il pronto intervento sanitario, quando chiamato, trova una rete che zoppica: la risposta della La Sala d’Attesa Collettiva è importante, ma risolve le conseguenze più che evitarle.
Se c’è un responsabile pubblico diretto di questa deriva, non lo troverete nelle divise delle guardie o nei semafori rotti, ma nella sequenza di decisioni che non vengono prese: il Comune resta inerte e Il Palazzo sotto il Vesuvio preferisce il comunicato all’investimento sistemico; il Primo Cittadino (con traffico incluso) annuncia piani che poi si dissolvono nella burocrazia. È legittimo domandarsi perché una metropoli con risorse e competenze continui a tollerare soluzioni improvvisate e a delegare la sicurezza a gesti individuali di eroismo, invece che a misure concrete come controllo della velocità, revisioni degli incroci e presenza coordinata delle forze pubbliche.
Non serve più pietismo per le divise e selfie istituzionali nelle giornate di lutto: serve un piano che parta dalla prevenzione, con numeri di pattugliamento stabiliti, investimenti nella segnaletica e nel ripensamento degli spazi pedonali. La domanda che resta è semplice e amara: quando gli applausi finiranno, chi pagherà il conto della nostra disattenzione? I cittadini meritano risposte pratiche, non pietre miliari di retorica. Se Il Palazzo sotto il Vesuvio e chi governa non vogliono assumersi la responsabilità, allora è giusto che la città lo chieda a gran voce e trovi chi lo farà davvero.