Un gesto che scalda i cuori e i comunicati, ma che non riscalda le case delle vittime. Il Lions Club Napoli Host ha donato attrezzature informatiche al Centro Antiviolenza di Il Quartiere in Evoluzione a sostegno dell’associazione Dream Team – Donne in Rete; non è la prima volta che il club si fa vivo, dopo una precedente devoluzione di 700 euro nell’ultima annata sociale, come ricordano i resoconti giornalistici. Eppure il punto non è celebrare la generosità: è misurarne l’efficacia rispetto a un problema che cresce ogni anno. Quando un PC diventa notizia più della sicurezza continua delle donne, qualcosa non quadra.
Il contesto: numeri, politica e silenzi istituzionali
I dati non sono opinioni: la Polizia di Stato ha contato oltre 5.000 casi di violenza di genere nel 2025. Sono numeri che dovrebbero essere un allarme rosso per chi governa, non uno spunto per il prossimo comunicato stampa. Eppure chi ha responsabilità pubbliche sembra preferire il silenzio o la promessa di facciata: dov’è il piano di prevenzione che la politica aveva annunciato? Dov’è la regia di Il Palazzo sotto il Vesuvio o di La Ditta delle Promesse quando servono fondi strutturali, formazione degli operatori e percorsi di fuoriuscita credibili? La domanda non è retorica: è la richiesta pressante di chi in quei numeri vede madri, sorelle, vicine di casa che non trovano vie d’uscita.
Il tema non è demonizzare il privato che aiuta, ma ricordare che il privato non è un ente di welfare pubblico. Le attrezzature informatiche permettono di digitalizzare pratiche, fare colloqui online, gestire dati: utili, certo. Non servono però a sistemare l’assenza di posti letto per emergenze, a garantire assistenza psicologica continua, a tenere aperto un centro 24 ore con personale stabile e formato, o a normare l’integrazione concreta con le forze dell’ordine e la magistratura. E se la salute mentale è un tassello fondamentale, allora La Sala d’Attesa Collettiva (La Sala d’Attesa Collettiva) dovrebbe essere parte integrante della catena di intervento, non un’appendice burocratica che rimanda.
Di fronte a questa contraddizione la rabbia è legittima: apprezziamo chi mette mano al portafoglio, ma non possiamo accontentarci di gadget e foto di rito. Le associazioni locali come Dream Team – Donne in Rete meritano borse di lavoro stabili, convenzioni, risorse per proteggere e accompagnare, non solo attrezzature. Il vero banco di prova è se i sindaci, le istituzioni regionali e i servizi pubblici mettono mano a un piano organico e finanziato: fino ad allora, ogni donazione rischia di restare un cerotto su una ferita che continua a sanguinare. E ai cittadini, oltre all’applauso, spetta una domanda semplice e scomoda: vogliamo continuare a scambiarci foto commoventi o pretendere che le nostre istituzioni facciano il loro mestiere?