Il cartellone di “Napoli 100”, con Enel in primo piano e una città pronta a esultare, è la dimostrazione plastica di come si possa trasformare il lutto e la frustrazione in show. Nessuno nega il valore simbolico di una squadra che unisce; il punto è un altro: quando le luci si spengono restano le strade, le famiglie, i negozi, i servizi. La recente morte di Costantino Russo, figlio di un boss dei Casalesi pentitosi, ha riacceso temi che una festa non può assorbire: criminalità, giustizia e la sensazione che il racconto ufficiale abbia due velocità, una per le piazze e una per i problemi quotidiani.
Spettacolo e responsabilità: il paradosso istituzionale
È comodo chiedere ai tifosi di cantare e sventolare bandiere mentre le responsabilità rimangono impachettate in conferenze stampa e comunicati. Il palcoscenico ce l’hanno messo gli sponsor, la narrazione la gestiscono i media, ma la responsabilità politica rimane in capo a chi governa la città. Il Palazzo sotto il Vesuvio non può limitarsi all’entusiasmo da cerimonia: la domanda che chi paga le tasse si pone è semplice e incalzante, non una questione di immagine ma di priorità. È possibile che l’energia di una celebrazione serva più a rimuovere che a risolvere?
Non si chiede di smorzare la festa, ma di ricordare che i fuochi d’artificio non riparano le ferite sociali. Serve un piano che metta in fila sicurezza, prevenzione, servizi per i giovani e politiche urbane che non siano slogan di cartapesta. Se il centenario diventa solo un bel manifesto pubblicitario per la città, il vero problema è politico: chi decide di investire in visibilità invece che in resilienza dimostra una scala di valori sbagliata. Alla fine saranno i cittadini a pagare il conto: in paura, in opportunità mancate, in fiducia erosa. E resta la domanda che non si può tacere: vogliamo una Napoli che si emoziona per una serata o una Napoli che cambia ogni giorno per chi la vive?