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Violenza come strumento politico: la lezione dallo squadrismo sulla conquista del consenso

Violenza come strumento politico: la lezione dallo squadrismo sulla conquista del consenso

La lezione del passato non è una speculazione nostalgica, ma una lente per capire come la politica possa correre rischi quando la violenza diventa strumento di reputazione e di potere. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, l’analisi richiama una dinamica molto concreta: non è necessario che un’intera comunità si trasformi in scena di crimini per vedere la violenza insinuarsi nel palcoscenico politico e influenzare le scelte degli elettori.

Tra il 1920 e il 1922 le squadre fasciste non furono solo un’eco di aggressività: furono protagoniste di azioni violente che alimentarono la nascita di una nuova normalità politica. Aggressioni, devastazioni, spedizioni punitive, intimidazioni e persino omicidi colpirono socialisti, sindacalisti, amministratori locali e oppositori politici. Non si trattò di episodi isolati ma di un modello tendenzialmente sistemico, capace di ridefinire i rapporti di forza all’interno delle comunità.

La ricerca storica sfata anche l’ipotesi semplice: chi pratica violenza non è sempre ai margini. Tra gli esponenti dello squadrismo vi erano figure provenienti da ambienti differenti, inclu­si proprietari terrieri, studenti, impiegati, artigiani, operai e reduci di guerra. La violenza diventa così uno strumento utile non perché una determinata persona sia intrinsecamente criminale, ma perché una parte della società si abitua a tollerarla o a considerarla funzionale a una causa politica.

Un volto noto rimane nella memoria di quella stagione: Amerigo Dumini, leader dello squadrismo, e la sua compagine fu coinvolta nei fatti che portarono al sequestro e all’uccisione di Giacomo Matteotti nel 1924. Le figure locali che presidiavano il territorio hanno mostrato come l’influenza di una rete violenta possa crescere proprio per la capacità di queste figure di apparire utili a chi comanda, e di trasformarsi in una sorta di “reputazione” capace di imporre rispetto.

La storia diventa dunque utile anche per interrogarsi sul presente: cosa succede quando una formazione politica cerca di presentarsi come portatrice di fermezza, di “moralità dura” o di una presenza capace di rendere aggressivo il dissenso? Le parole dei leader possono essere interpretate in modi molto diversi a seconda del contesto: in periferia o in quartieri dove l’intimidazione è una lingua quotidiana, una frase può essere letta non come protesta ma come invito a sentirsi legittimati a esordire nel controllo territoriale.

Nel discorso contemporaneo emergono segnali che richiedono cautela: segnalazioni e denunce riguardanti la presenza di figure provenienti da ambienti violenti attorno a movimenti o organizzazioni politiche. Ogni caso va verificato, perché l’iscrizione o la partecipazione non bastano a dimostrare una collusione con la criminalità; però resta cruciale distinguere tra diritto di partecipare e rischio di franchising politico della violenza. La giurisprudenza, dalla Cassazione a ruling sull’intimidazione elettorale, ricorda che la libertà del voto non è solo un gesto tecnico, ma una condizione che presuppone la possibilità di votare senza paura.

La responsabilità, allora, non è solo giudiziaria. È soprattutto politica. Un candidato non può conoscere ogni biografia di chi sostiene la sua causa, ma ha il dovere di vigilare su chi entra in una rete di sostegno sul territorio. Quando gruppi forti di intimidazione si arroccano accanto a una campagna, la domanda non è soltanto “quanti voti portano” ma “in che modo li portano”. È qui che si testa la maturità di una democrazia: distinguere tra consenso autentico e consenso imposto dalla paura.

La lezione dello squadrismo non è una previsione automatica di ritorno del passato, ma un invito a riconoscere i meccanismi humani e politici che pos­sano trasformare la violenza in metodo. Una democrazia matura, oggi come allora, deve chiedersi chi attrae il sostegno e perché, senza smettere di proteggere la dignità delle persone e la libertà di voto. Perché prevenire la violenza politica è un dovere di ogni responsabile, prima che una condanna diventi inevitabile.

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