FATTI INVARIATI + Governance dall’ombra: come Petrone dirige il clan di Napoli dall’interno del carcere
Napoli, quartieri occidentali. Non basta la resa di 31 ordinanze di custodia cautelare a mettere in discussione il potere del gruppo Petrone-Puccinelli: secondo i conti dell’inchiesta, la cupola camorristica mantiene il controllo sulle piazze di spaccio anche da cella, grazie a una rete di contatti e a una gestione centralizzata che sfida la repressione. Un blitz mattutino, infatti, descrive una dinamica ben oliata, capace di sopravvivere ai colpi delle procure e di rigenerarsi in età contemporanea.
L’indagine, lunga oltre 780 pagine, racconta una struttura di potere capace di governare territori dall’alto, senza rinunciare alla presenza militare sul territorio. Al centro della raffigurazione c’è Salvatore Petrone, figlio di Francesco “o nano”, finito al centro di una macchina criminale che, stando all’analisi investigativa, mantiene comandi e decisioni nonostante l’allontanamento forzato dal contatto diretto con gli scopi operativi. A fare da mente operativa del sistema, però, non sarebbe solo lui: la rete di referenti che operano nel Rione Traiano emerge come parte integrante della catena decisionale.
La figura di Domenico Di Napoli, pentito entrato nel circuito di indagine da poco tempo, svela una serie di meccanismi strutturali. Formatosi nella zona di Pianura, Di Napoli racconta di aver partecipato al flusso di droga e di aver avuto un ruolo di gestione nella piazza di spaccio in via Napoli 93. Ma il contributo al mosaico non si ferma qui: l’ex camorrista ammette di aver trasportato e occultato un cadavere, ha indicato mandanti e movente e ha fatto ritrovare l’arma del delitto oltre a una pistola nascosta in casa. Una confessione che, come noto agli atti, apre squarci non solo sui clan di Pianura ma sull’intera area occidentale, da Soccavo a Bagnoli e Fuorigrotta. Stando a quanto emerso, Di Napoli descrive anche l’uso di un profilo Instagram fasullo che avvicinava i contatti tra gli elementi della cupola e le dinamiche sul territorio.
Una dimensione cruciale emersa dall’inchiesta riguarda la figura di Antonio Martino, noto come ‘o Giò, indicato come il vero amministratore delegato della holding della droga nel Rione Traiano. Per i giudici e per gli investigatori, Martino sarebbe il trait d’union tra il vertice detenuto e la gestione operativa delle piazze, nonché il responsabile per tutte le piazze di spaccio sul territorio di riferimento. La logistica della droga, dai vecchi canali ai nuovi snodi, passa per la sua supervisione: la cocaina arriva, viene smistata e arriva agli acquirenti grazie a una fitta rete di passaggi che coinvolge nomi noti nel panorama criminale napoletano.
Ma l’architettura del potere non si limita agli aspetti gestionali. Il verbale illustrativo depositato tra gli atti rivela anche una componente militare capace di tutelare il controllo del territorio. La cosiddetta guardia armata, descritta come un vero e proprio gruppo di fuoco, opera in coordinamento con figure di spicco come Maurizio Attanasio alias Pascaziello, responsabile della piazza della Loggetta, Pasquale Sica e Antonio D’Angelo alias ‘o cuniglio (assieme al figlio Armando D’Angelo), e Raffaele Pezzuti alias Zio Raf, socio al 25% della cocaina e del crack; tra i protagonisti c’è anche un unico riferimento all’ingrosso della marijuana gestito da un personaggio conosciuto come ‘a patan. Il quadro dipinto dai verbali descrive un sistema di controllo militare che, secondo quanto registrato, stava per impedire intrusioni esterne, come dimostrò l’intervento di un luogotenente che fermò due individui nel momento di maggiore tensione, ammonendoli sul da farsi.
Il quadro, inoltre, lega l’area occidentale al mondo orientale di Napoli attraverso alleanze tra ambienti criminali. Gli atti indicano che Martino avrebbe mantenuto “buoni rapporti” con i De Micco di Ponticelli, aprendo una prospettiva di cooperazione tra le diverse cordate della camorra metropolitana. Il risultato è una mappa di potere che non si limita a una singola area di influenza, ma si proietta su più quartieri, con una rete di contatti che continua a muovere fili anche quando gli oceani di indagini sembrano rintracciare i passi dei protagonisti.
Le indagini restano in corso, e la magistratura di Napoli continua a verificare i dettagli della ricostruzione. Le dichiarazioni del pentito, i contatti descritti nelle conversazioni e i conti sulle transazioni di droga rimangono al centro della curva investigativa. Ciò che resta da chiarire è l’estensione esatta della rete, la natura delle relazioni tra i vari gruppi coinvolti e le possibili ricadute sul territorio, soprattutto in vista di ulteriori sviluppi che potrebbero portare a nuove verifiche e eventuali provvedimenti.
Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, l’inchiesta si distingue per la profondità dell’analisi e per la mappa dettagliata delle connessioni tra le mani della cupola e le piazze di spaccio coinvolte lungo l’area tra Traiano, Pianura e oltre. Le prossime settimane potrebbero fornire ulteriori elementi su come questa rete, riuscita a resistere agli arresti, si trasformi in nuove mosse nell’equilibrio criminale della città.
