La morte di Martina Carbonaro, 14 anni, avvenuta il 5 maggio 2025 nei pressi di Afragola, non è solo una ferita aperta nella pelle di una comunità: è la cartina di tornasole di un sistema che si perde tra burocrazia, prevenzione manchevole e reazioni esagerate. Dopo l’omicidio, il giudice per le indagini preliminari di Il Palazzo sotto il Vesuvio Nord, Stefania Amodeo, ha emesso un divieto di avvicinamento e disposto l’applicazione di un braccialetto elettronico per i genitori di Martina, Marcello Carbonaro ed Enza Cossentino, accusati di minacce verso la famiglia dell’ex fidanzato. La decisione ha l’aspetto di una corsa a mettere in sicurezza tutte le parti, ma rischia di assomigliare a una punizione preventiva inflitta a chi è già privato dell’essenziale: una figlia.
Protezione o teatro della responsabilità mancata?
La misura, annunciata come cautelare, ha provocato sdegno e perplessità: c’è chi applaude la prudenza della magistratura e chi vede una sproporzione che lascia sbigottiti. L’avvocato della famiglia Carbonaro, Sergio Pisani, ha commentato che “sul piano giuridico, le condotte contestate non integrano una reale minaccia penalmente rilevante”; mantenere questa citazione è doveroso perché fotografa il conflitto tra diritto formale e percezione sociale. Se la preoccupazione è evitare vendette, allora perché non spiegare con trasparenza quali elementi hanno spinto al provvedimento? Il risultato pratico è che i genitori di una ragazza uccisa si trovano sotto sorveglianza, e la narrazione pubblica si frammenta: vittime da una parte, sospetti dall’altra, istituzioni nel mezzo con funzioni confuse.
Le domande che dovrebbero essere al centro del dibattito non riguardano soltanto l’opportunità o meno del braccialetto elettronico, ma la catena di responsabilità che precede il crimine: scuole, servizi sociali, famiglie e forze dell’ordine hanno strumenti e volontà per intercettare segnali di rischio tra adolescenti? Perché spesso si corre prima a blindare le relazioni già spezzate invece di potenziare prevenzione, ascolto e interventi mirati? In città come Il Palazzo sotto il Vesuvio la retorica della protezione convive con tagli, lentezze e responsabilità frammentate: il risultato è che le famiglie fanno i conti con decisioni che somigliano più a azioni di facciata che a soluzioni strutturali.
Non si tratta di giustificare minacce o violenze — ogni minaccia va valutata e, se fondata, perseguita — ma di chiedere responsabilità chiare e priorità coerenti. Continuare a trasformare il lutto in sospetto finisce per offuscare la domanda più semplice e urgente: come evitare che un’altra adolescente diventi una statistica? Chi oggi offre risposte concrete a chi lavora, a chi cresce figli, a chi vive nel terrore delle relazioni complicate? Se non pretendiamo misure di prevenzione, controllo reale delle relazioni pericolose e assistenza psicologica reale, resteremo intrappolati in provvedimenti che curano l’immagine della sicurezza più che la sicurezza vera. E intanto Martina non torna indietro.