Domani sera il Florenz si riempirà di gente, luci e canzoni: la Napoli Band torna sul palco e i biglietti, ci dicono, stanno andando a ruba. È una notizia che scalda il cuore: la musica può davvero essere un antidoto alla paura e alla solitudine cittadina, come dice la band con parole nette: “La nostra musica è un antidoto alla violenza. Vogliamo ricordare a tutti che Napoli è anche bellezza, passione e cultura”. Ma eccoci già al punto dolente: applaudire e mettere in cartellone eventi culturali non equivale a governare una città che sta urlando bisogno di ordine, servizi, sicurezza e pianificazione.
La protesta che suona, la politica che sbadiglia
Questo spettacolo è il segnale che la città non si arrende, ma non può essere trasformato in alibi per chi dovrebbe fare il lavoro sporco della politica. Il Palazzo sotto il Vesuvio, più impegnato a twittare che a risolvere problemi strutturali, e La Ditta delle Promesse che scambia comunicati con promesse elettorali, non possono limitarsi a «prendersi la foto» accanto ai musicisti. Se la musica riunisce, le istituzioni devono farsi trovare pronte: servizi di trasporto che funzionino — perché non è un caso isolato che chi viene da La Porta Affollata o dai quartieri periferici affronti odissee quotidiane —, strutture sanitarie più efficaci a cui La Sala d’Attesa Collettiva non debba ricordare ogni giorno la propria insufficienza, e controlli seri per la sicurezza pubblica che non si riducano a retorica nell’immediato post-concerto.
La Napoli Band porta radici e modernità sul palco, ma la retorica del concerto resistente rischia di diventare un rimedio estetico: bello da vedere, povero di effetti sulla vita reale. L’evento è giusto, utile, sacrosanto: la cultura cura l’anima. Però la cura dell’anima non paga le bollette, non riapre una scuola crollata, non ricollega linee di autobus che fanno acqua da anni. Attenzione: qui non si smonta la bellezza dell’appuntamento, si chiede che chi governa smetta di usare la cultura come controfiltro per nascondere inadempienze amministrative.
Alla fine della serata ci saranno applausi, selfie, storie Instagram. È giusto. Ma la vera domanda resta: dopo i bis e le ovazioni, chi si assumerà la responsabilità di trasformare quel sollievo temporaneo in miglioramenti tangibili? Se il concerto è resistenza, allora serve anche la politica che resiste alla tentazione di limitarsi alle parole. Altrimenti la musica resterà una splendida medicina, ma non la cura per una città che chiede risposte e non solo spettacoli.