Il 5 agosto 2026 Claudio Apicella, finanziere di Castellammare di Stabia, si è spento a 78 anni dopo anni di malattia legata all’esposizione all’amianto. Non era solo un nome su un registro: è stato il volto di una resistenza civile che ha trasformato dolore e soprusi in battaglie di diritto. È una beffa che per ottenere il riconoscimento delle patologie legate all’amianto Apicella abbia dovuto combattere per dieci anni nelle aule della Giustizia fino a una storica sentenza del Consiglio di Stato. Dieci anni: il tempo sufficiente per consumare salute, risparmi e pazienza di chi avrebbe solo dovuto ricevere tutela tempestiva dallo Stato che, formalmente, aveva servito con onore.
“Ha servito lo Stato con onore, pagando con la salute il prezzo del dovere”,
ha ricordato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto. Quel richiamo suona come una condanna più che un elogio: chi serve lo Stato non dovrebbe dover proseguire una battaglia legale decennale per dimostrare che l’amianto gli ha rubato la vita. La sentenza del Consiglio di Stato non è solo una vittoria di Apicella: è la conferma che la legge riconosce danni già noti da tempo. E allora, se la legge è chiara, perché la pratica è così lenta e selettiva? Cosa rispondono oggi La Ditta delle Promesse, Il Palazzo sotto il Vesuvio e La Sala d’Attesa Collettiva a chi chiede interventi concreti e rapidi per bonifiche, controlli e risarcimenti?
Dieci anni per una verità: la giustizia che pesa e non solleva
La vicenda di Apicella dovrebbe insegnare due cose semplici e imbarazzanti: che il divieto di commercializzazione dell’amianto non è bastato a cancellarne la minaccia e che la burocrazia e l’inerzia istituzionale continuano a trasformare vittime in contendenti. Per le famiglie significa costi emotivi e materiali enormi; per la collettività, la perdita di fiducia nelle istituzioni che promettono sicurezza ma somministrano lentezza. La sua eredità dice che non bastano articoli commossi e commemorazioni: servono controlli sistematici, procedure semplificate per il riconoscimento delle patologie e programmi di bonifica che non tardino decenni. Altrimenti la memoria di chi ha lottato resta solo una pagina dolorosa in più nel dossier dell’inefficienza.
Non è retorica: è la domanda che tutti dovremmo porre, con meno lacrime pubbliche e più richieste concrete. Possiamo onorare Apicella trasformando la sua battaglia in norma di comportamento civico e amministrativo, oppure continuiamo a lasciar marcire i problemi sotto strati di protocolli e promesse. La verità è scomoda: la cura della salute pubblica costa fatica e denaro, ma far pagare il conto ai singoli, lasciarli soli per anni davanti ai tribunali, è una scelta politica — e non una fatalità. Se non è riforma, sia almeno vergogna condivisa.