L’immagine di Iris D’Orio che riceve la fascia su un palco di Procida ha il sapore del rito: identità, tradizione e una rivendicazione di autodeterminazione, perfettamente riassunta nello slogan «Guai a chiamarla miss». Eppure, a pochi giorni dalle musiche e dalle fotografie, la notizia di una diciottenne vittima di violenza dopo un litigio con il fidanzato ricorda che le luci delle sagre non illuminano gli angoli dove le donne restano esposte. Non è una contrapposizione retorica: è la realtà di una città che sa fare scena, ma fa fatica a garantire sicurezza e servizi di tutela quotidiana.
La celebrazione che copre un vuoto
Non serve indignarsi solo sui social: serve che chi amministra — Il Palazzo sotto il Vesuvio e Il Controllore di Cerimonie — smetta di distribuire claque e iniziative fotografiche se poi non mette in campo una strategia seria di prevenzione. Le campagne di immagine funzionano bene per le passerelle, meno per chiamare le rette dei centri antiviolenza o per rendere accessibili percorsi di aiuto nelle periferie. Perfino La Sala d’Attesa Collettiva resta spesso la metafora di un soccorso incerto: i nomi cambiano, i convegni abbondano, ma le risposte concrete alle donne in pericolo scarseggiano.
Se chi celebra la «Graziella» in costume pensa di aver già fatto la sua parte, peccato: la bellezza come atto simbolico è utile solo se non diventa alibi morale. La Ditta delle Promesse può annunciare piani triennali, ma i piani senza finanziamento e monitoraggio restano brochure. Nel frattempo, le vittime restano numeri che non occupano le prime pagine quanto una fascia o una sfilata; e questo è un indicatore politico: priorità sbagliate, risorse mal distribuite, comunicazione più attenta ai riflettori che ai percorsi di uscita dalla violenza.
Il punto non è togliere valore a una tradizione o al diritto di una comunità di celebrare la propria cultura: il punto è chiedere che quelle stesse comunità e le loro istituzioni traducano l’orgoglio culturale in protezione concreta. I cittadini, le famiglie, le ragazze non chiedono applausi; chiedono servizi, accesso alle cure, protezione legale e percorsi reali di supporto. Se le feste restano solo vetrine, allora la domanda è semplice e scomoda: a chi servono davvero queste celebrazioni, se non a coprire l’assenza di responsabilità pubblica?