Il 5 agosto 2026 resterà come un’altra data nera nella cronaca campana: uno scontro frontale sulla strada statale 90, all’altezza dell’area industriale di Ponte Valentino, ha tolto la vita ad Antonio De Rosa, 75 anni, e a Giovanni Fasulo, 61 anni. Un giovane di 21 anni, alla guida di una Hyundai, è ricoverato in condizioni critiche al reparto di emergenza dell’ospedale San Pio di Benevento. Nelle stesse ore, a Ponticelli, un ragazzino di dodici anni è stato accoltellato: ferita ancora più insopportabile perché riguarda chi dovrebbe crescere protetto. Sono fatti, nomi, età e ferite che non sopportano il velo dell’indifferenza. Non sono tragedie private: sono segni di una collettività che sta perdendo il senso del limite e, soprattutto, che paga il prezzo dell’immobilismo pubblico.
Chi risponde mentre la città si consuma?
Non serve recitare il rito delle dichiarazioni di circostanza: a parlare sono le strade buie, le corsie senza manutenzione, le piazze senza controlli e i servizi per i giovani ridotti ai minimi termini. La responsabilità è distribuita, quindi nessuno potrà sottrarsi alle critiche: dalla Regione alla Prefettura fino ai sindaci locali. La Ditta delle Promesse ha elencato piani e progetti a ogni tornata elettorale; Il Controllore di Cerimonie convoca riunioni e rapporti; Il Palazzo sotto il Vesuvio firma protocolli e poi appare solo nelle foto ufficiali. Nel frattempo, famiglie e pendolari pagano con vite spezzate e notti passate a contare i figli perché tornino a casa interi. Il cittadino ha il diritto, minimo e inviolabile, di non vivere sotto l’incubo quotidiano dell’evento che può essere fatale.
Le radici di questi drammi non possono essere risolte con slogan. Sicurezza stradale vuol dire investimenti su segnaletica, controllo della velocità, manutenzione delle arterie e indagini serie sulle dinamiche degli incidenti per evitare che si ripetano. Violenza giovanile significa scuole equipaggiate, oratori aperti, sport di strada e percorsi di accompagnamento sociale: interventi che non si improvvisano la settimana dopo l’ennesima colluttazione. E se la sanità e i servizi sociali arrancano, come lamentano molti cittadini, allora serve potenziare presidî e reti territoriali: La Sala d’Attesa Collettiva non può essere il solo luogo dove sperare che tutto vada al meglio.
Si dirà che le risorse scarseggiano; è vero, ma è anche vero che le scelte politiche contano. Si possono trovare priorità diverse: più asfaltature utili, più luci, più pattuglie nei punti sensibili e, soprattutto, programmi concreti per i minori a rischio. Se la politica continua a seminare promesse e a raccogliere funerali, allora la domanda diventa semplice e amara: che cosa aspettiamo ancora per pretendere che la collettività torni a proteggere i suoi cittadini più fragili? I prossimi voti o le prossime sirene in ospedale?