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Domiciliari a Leccia: la tutela dei minori messa in panchina dalla giustizia

Il Tribunale del Riesame di Napoli ha concesso i domiciliari a Salvatore Leccia, indagato per presunti maltrattamenti nelle case famiglia gestite dalla cooperativa Autonomy; Teresa Crispino resta in carcere. La decisione riapre la ferita delle responsabilità istituzionali e della protezione effettiva dei bambini coinvolti.

Di Nina Chirico5 Agosto 2026 - 10:5214 minuti fa 2 min di lettura
Domiciliari a Leccia: la tutela dei minori messa in panchina dalla giustizia

Il fatto è semplice e sgradevole: il Tribunale del Riesame di Napoli ha trasformato una custodia cautelare in domiciliari per Salvatore Leccia, figura chiave nell’inchiesta sui presunti maltrattamenti nelle case famiglia dell’agro aversano gestite dalla cooperativa Autonomy. A leggere il servizio di Repubblica, la decisione è tecnica ma il suo effetto è politico e sociale: lasciare un indagato in un contesto che ruota attorno a minori è qualcosa che la collettività fatica a digerire. Nel frattempo la coordinatrice Teresa Crispino resta in carcere, un contrasto che non rassicura le famiglie né chi si occupa davvero dei bambini.

Non è solo una questione di diritto: è una scelta di priorità

Il passaggio dal carcere ai domiciliari non è un giochetto: è il segnale che la risposta dello Stato è più prudente verso l’autore dell’atto che verso la possibile vittima. Se la presunzione d’innocenza è sacrosanta, altrettanto sacrosanta dovrebbe essere la tutela preventiva dei minori. Qui entriamo nel merito delle responsabilità collettive: chi doveva controllare queste strutture? Se il monitoraggio era affidato a enti pubblici, quei controlli hanno funzionato o sono rimasti sulla carta? Il Palazzo sotto il Vesuvio, La Sala d’Attesa Collettiva e Il Controllore di Cerimonie — evocando i nomi istituzionali con la loro modestissima efficacia — devono spiegare che strumenti di vigilanza hanno adottato e perché non hanno evitato questa deriva presunta.

La decisione del Riesame apre due problemi concreti e non conciliabili con gli slanci buonisti da comunicato stampa. Primo: come si garantisce che, in attesa di un processo, i minori non vengano esposti a figure ritenute pericolose? Secondo: quali misure di controllo e trasparenza verranno attivate sulle case famiglia che hanno già mostrato opacità e criticità? Non basta invocare riforme generiche: servono ispezioni indipendenti, protocolli di tutela condivisi con le famiglie e misure cautelari effettive che non si limitino a spostare il problema dal carcere al domicilio senza sorveglianza adeguata.

Il dibattito giudiziario non può trasformarsi in una coperta che nasconde il malfunzionamento dei servizi sociali. Se la comunità e le famiglie chiedono garanzie, non è per giustizialismo ma per buon senso: i bambini devono essere tutelati, non usati come variabile da negoziare nelle aule dei tribunali. Quando i riflettori si spegneranno e la cronaca scorrerà verso la prossima notizia, chi controllerà che le promesse di maggior rigore non restino parole? È questa la domanda che le istituzioni devono farsi, prima che a pagare il conto siano sempre i più deboli.