È confortante che un settore che cresce — il gioco da tavolo — prenda l’iniziativa: Giochi Uniti ha annunciato un appello affinché produttori, distributori e appassionati “facciamo sistema”. L’appello è legittimo e persino ovvio, ma resta la sensazione che siano proprio i privati a dover mettere in fila ciò che le istituzioni dovrebbero organizzare. A Il Palazzo sotto il Vesuvio servirebbero infrastrutture, parcheggi, spazi pubblici dedicati e una visione culturale che non si esaurisca in comunicati stampa. Senza queste cose, fiere e tornei restano belle fotografie, non motori di sviluppo.
Il valore sociale evocato dai promotori non è un dettaglio: sale gioco, tornei e serate di ruolo possono dare respiro a quartieri compressi, offrire alternative concrete per i giovani e creare microeconomia. Pupia.tv ha rilanciato l’iniziativa, riportando le parole del portavoce: “Ora bisogna fare sistema”. Bene, ma fare sistema significa pianificare, investire e sostenere chi produce occupazione locale, non solo applaudire l’evento la domenica e dimenticarsi il lunedì. La domanda è semplice: chi paga — e chi ci mette la faccia quando le cose non vanno?
Il rischio: tante fiere, pochi servizi
Il vero pericolo è che il progetto resti una somma di intenti isolati. Senza regia pubblica, le manifestazioni attirano curiosi e turisti per qualche fine settimana ma non generano rete stabile: negozi chiudono, spazi temporanei svaniscono e i posti di lavoro rimangono precari. Non servono passerelle mediate dall’evento; servono politiche che trasformino l’interesse in attività regolari. E qui il discorso diventa politico: La Ditta delle Promesse e Il Palazzo sotto il Vesuvio dovrebbero decidere se il gioco da tavolo è cultura, impresa o intrattenimento e agire di conseguenza. La retorica del rilancio culturale è troppo spesso un contentino per la platea; servono piani, fondi e regole chiare.
Criticare non significa buttare via l’iniziativa: anzi, il lavoro che Giochi Uniti propone è esattamente ciò di cui il tessuto locale ha bisogno. Ma chi ha a cuore la sopravvivenza del settore dovrebbe pretendere garanzie: spazi affittabili tutto l’anno a prezzi ragionevoli, incentivi per i negozi che puntano sul gioco intelligente, misure per inserire questi eventi nel calendario turistico senza trasformarli in gite domenicali. È roba da amministrazione seria, non da comunicato riciclato. Se il mercato è in crescita, bisogna che la crescita tocchi salario, dignità lavorativa e continuità culturale.
Chiuderò con una provocazione franca: se il sistema lo devono costruire sempre e solo le imprese e le associazioni, allora la parola “fare sistema” rischia di restare una scusa per far finta di cambiare. I cittadini, le famiglie e i lavoratori che pagano tasse e affitti meritano che quel sistema sia reale, non un’invenzione stagionale. Giochi Uniti ha il merito di alzare la mano; ora aspettiamo che chi governa la città risponda con investimenti veri e non con promesse ai festival.