Se i Campi Flegrei entrassero in fase critica, Napoli dovrebbe mettere in moto in poche ore una macchina organizzativa che oggi, secondo chi ne studia il rischio, manca di continuità normativa e di certezze operative.
In soldoni, una legge speciale potrebbe innestare tre livelli di intervento. Primo: il blocco operativo immediato (48–72 ore) con attivazione del Centro Operativo Comunale, affiancamento stretto della Prefettura e dichiarazione di allerta della Protezione Civile nazionale. In questa fase sarebbero decisive decisioni rapide su ordinanze di limitazione della viabilità nei quartieri flegrei e sull’attivazione dei punti di raccolta e dei corridoi sanitari per ospedali e dializzati. Secondo: le misure organizzative a medio termine (7–30 giorni) — sistemazione temporanea degli sfollati, potenziamento del monitoraggio geofisico, gestione rifiuti e tutela delle strutture critiche. Terzo: le azioni di ripristino e continuità amministrativa, perché senza registri anagrafici accessibili e servizi essenziali la città rischia paralisi burocratica oltre che sociale.
La legge speciale proposta da Manfredi — pensata per assicurare continuità normativa sul bradisismo — potrebbe attribuire leve concrete: la possibilità di nominare un commissario con poteri di coordinamento tra Stato, Regione e Comune; procedure accelerate per gli appalti di emergenza; deroghe temporanee alla normativa urbanistica per allestire aree di accoglienza; e modalità semplificate per utilizzare strutture pubbliche e private a fini di protezione civile. Tutto questo andrebbe disegnato però con paletti certi: controllo parlamentare, monitoraggi indipendenti e garanzie sulla gestione dei fondi.
Chi farebbe che cosa? In fase acuta la Prefettura resterebbe il punto di raccordo per ordine pubblico e sicurezza, la Protezione Civile direbbe l’“ora zero” delle risorse tecniche e logistiche, il Comune gestirebbe l’accoglienza e la comunicazione ai cittadini; le ASL e gli ospedali coordinerebbero la risposta sanitaria, e la Questura si occuperebbe della sicurezza nelle aree evacuate. La Procura, non come protagonista della gestione ma come titolare di eventuali accertamenti giudiziari, rimarrebbe presente sullo sfondo per garantire trasparenza e legalità.
Il punto non è la legge come panacea, ma la capacità di renderla pratica: mappe aggiornate dei luoghi a rischio, esercitazioni regolari, fondi pronti all’uso e una macchina amministrativa capace di lavorare anche fuori sede. Solo così una norma speciale non resterebbe un enunciato politico ma diventerebbe strumento per salvare vite e tenere insieme la città quando il terreno — letteralmente — si muove.
