«Affidarli a noi è un atto d’amore», dice la dottoressa che ogni giorno accoglie i neonati lasciati in ospedale a Napoli. «È facile giudicare», aggiunge, e nel suo tono c’è la concretezza di chi si occupa della cura immediata e della strada successiva per quei bambini.
Il suo lavoro non è solo una pratica clinica: è il primo contatto con una realtà piena di fragilità. Nei letti della maternità, oltre alle manovre pediatriche e ai controlli vitali, entra la domanda su chi potrà prendersi cura del neonato nel tempo. Quando la famiglia non può o non vuole, il personale sanitario attiva i servizi sociali e le procedure previste per garantire assistenza e tutela. La dottoressa sottolinea che l’accoglienza è fatta di rispetto, anonimato quando richiesto e un filo di calore umano che spesso manca fuori dalle porte dell’ospedale.
Dietro la scelta di lasciare un neonato in corsia si nascondono storie diverse: povertà, pressioni familiari, problemi di salute mentale, paure legate alla violenza domestica, o semplicemente la consapevolezza di non poter offrire condizioni adeguate. La dottoressa evita facili moralismi: chi decide in quel momento sceglie la sicurezza del bambino e la possibilità che venga avviata una rete di tutela. Parlare di abbandono con termini che stigmatizzano non aiuta né chi lascia né il bambino, dice, mentre un approccio che considera contesti e bisogni concreti può trasformare un atto drammatico in una scelta di responsabilità.
Nel quotidiano ospedaliero, la collaborazione con assistenti sociali, pediatri e organizzazioni del territorio è fondamentale. Il personale si occupa delle prime cure, della documentazione necessaria e del coordinamento con i servizi territoriali per le soluzioni successive: affidi, percorsi di tutela, e quando possibile il ricongiungimento in condizioni sicure. La dottoressa evidenzia come la presenza di punti nascita aperti e di consultori ben attrezzati possa ridurre l’urgenza di scelte drastiche, offrendo alternative concrete a genitori in difficoltà.
Il suo messaggio è semplice e diretto: evitare il giudizio, guardare i fatti. In una città dove lo stigma sociale pesa spesso più delle risorse, spiegare che «lasciarlo in ospedale» può essere un atto d’amore significa anche chiedere alla comunità e alle istituzioni di investire in supporti reali per le famiglie. La pratica quotidiana nel reparto delinea un principio che vale oltre le pareti dell’ospedale: proteggere i più piccoli comincia dal riconoscere e sostenere chi, per paura o mancanza, non riesce a farlo da solo.
