Diritto di famiglia tra inganno e riforma: la storia di Agnese Di Sarli spinge Meloni e Nordio a ripensare l’articolo 122
Una storia personale che mette al centro una questione di diritto: tredici anni per sciogliere un vincolo matrimoniale nato dall’inganno. Agnese Di Sarli, infermiera di Teggiano, oggi guarda avanti chiedendo una riforma del diritto di famiglia per evitare che altre persone vivano esperienze simili.
Nel 2011 Di Sarli incontrò un uomo che si presentava come dirigente della Polizia di Stato, attribuendosi un ruolo prestigioso e persino indossando una divisa per guadagnarsi la fiducia della donna. Il ricatto dell’identità falsa finì per travolgere la sua scelta sentimentale: il matrimonio, una sicurezza apparente costruita su una verità lavorativa finta.
Il momento decisivo arrivò nel 2012, quando l’uomo fu fermato a Roma dalla Squadra Mobile nell’ambito di indagini su presunti giri di truffe. Secondo quanto riportato negli accertamenti, fu intercettato mentre lasciava la casa con una divisa da primo dirigente e con documenti falsi che miravano a certificare incarichi pubblici. Gli investigatori trovarono anche una seconda uniforme, un falso tesserino della Direzione Investigativa Antimafia e una valigia di curriculum, domande di lavoro e lettere fotocopiate dell’ufficio del personale del Senato, alcuni loghi e firme attribuiti a un presunto funzionario. L’arresto venne comunicato dalla Questura di Roma il 6 ottobre 2012. Stando alle ricostruzioni successive e all’eco mediatica, la storia di una truffa personale sembrava intrecciarsi con altre dinamiche illecite. Per Di Sarli, però, quell’episodio segnò l’ingresso in una battaglia più ampia: liberarsi giuridicamente da un matrimonio che riteneva fondato sull’inganno della sua identità.
La prima richiesta di annullamento arrivò nel 2014, quando Di Sarli rese pubblica la sua esperienza e cercò a categorie istituzionali una via per accelerare la risposta giuridica. Il dibattito pubblico fu alimentato dalla difficoltà di distinguere tra il divorzio, che chiude il rapporto, e l’annullamento, che ne cancella la validità in presenza di vizi del consenso. Le difficoltà pratiche nel rintracciare l’ex coniuge ostacolarono una rapida definizione della vicenda, sia sul piano civile sia pratico.
Nel 2024 arriva la parola definitiva: il divorzio, tredici anni dopo il matrimonio. Ma per Di Sarli non è la fine della storia, bensì l’avvio di una nuova battaglia. «Questa vicenda ha segnato profondamente la mia vita», racconta, spiegando che ha scritto anche un libro, Rosso Amarone, per mettere nero su bianco quanto accaduto e trasformare l’esperienza personale in una spinta per cambiamenti normativi. «Mi è stato negato il diritto di avere un figlio e questo, a causa delle nostre leggi», afferma, collegando la sua situazione alle modalità di applicazione del diritto di famiglia.
La nuova iniziativa è rivolta al governo: Di Sarli chiede un’udienza alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e sollecita l’attenzione del ministro della Giustizia Carlo Nordio per un intervento mirato sull’articolo 122 del Codice civile, la norma che regola l’annullamento del matrimonio in presenza di vizi del consenso. L’obiettivo è chiaro, e la motivazione è personale ma universale: evitare che altre persone debbano affrontare un iter lungo, faticoso e talvolta inconcludente per porre fine a vincoli contratti sull’inganno.
Secondo quanto riportato da cronachedellacampania.it, la vicenda ha avuto una risonanza nazionale non solo per la singola storia ma anche per le implicazioni sul fronte giuridico della verifica del consenso al matrimonio. Di Sarli preferisce trasformare questa esperienza in una leva per una riforma che tenga conto dell’evoluzione sociale e delle nuove forme di inganno che possono incidere sulle scelte personali.
«La mia richiesta è una lotta di civiltà. Non può restare senza riforma l’articolo 122 del Codice civile», sostiene, sfidando il Parlamento e l’esecutivo a ridefinire tempi e criteri dell’annullamento quando il consenso è stato condizionato dall’inganno sull’identità o sulla posizione personale del coniuge. Se la legge resta ferma, la giustizia civile rischia di rimanere lenta di fronte a vicende che hanno radici profonde nell’inganno e nel dolore.
La storia di Agnese Di Sarli resta dunque una testimonianza pungente della distanza tra la vita reale delle persone e la macchina normativa. È anche un invito esplicito a chiedere al legislatore di guardare avanti, con cautela ma con urgenza, verso una normativa che possa proteggere chi, come lei, si è trovato intrappolato in una situazione costruita su una verità travisata. Perché alla fine la domanda non è solo di tempi processuali, ma di dignità e di futuro per chi è costretto a ricostruire la propria vita partendo da una bugia.
