Napoli – Dopo quattro giorni di camera di consiglio, il Tribunale di Napoli ha reso noto il dispositivo del maxi-processo legato al clan Moccia di Afragola, chiudendo una fase giudiziaria avviata nell’ottobre 2022. Condanne diffuse si intrecciano ad alcune assoluzioni di rilievo, in un verdetto che chiama in causa decine di imputati e una lunga istruttoria.
L’istruttoria ha preso avvio nel Tribunale di Napoli Nord e, per competenza, è stata trasferita a Napoli. L’esame dei fatti ha comportato l’escussione di circa 1000 testi tra giugno 2023 e oggi, nel tentativo di accertare reati quali associazione per delinquere aggravata dalle finalità mafiose e corruzione nel contesto degli appalti. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la fase istruttoria ha dunque attraversato mesi intensi di verifiche e confronti tra le parti.
Tra gli imprenditori coinvolti, due sono stati assolti: Ciro Ferone, difeso dagli avvocati Leopoldo Perone e Gerardo Auletta, e Giuseppe De Luca, cognato di Angelo Moccia, assolti dall’accusa di riciclaggio con finalità mafiose. È stata sopraggiunta anche l’assoluzione di Francesco Pirozzi, titolare della Fadep spa, dall’accusa di turbativa d’asta. Le difese hanno sostenuto l’iniqua permanenza delle imputazioni in una vicenda che, secondo i legali, si era trascinata oltre ogni ragionevole dubbio. L’esito del processo ha dunque riconosciuto l’assenza di riscontri sufficienti per condannare in questi casi.
Ecco l’elenco completo dei condannati: Rosa Aubry (2 anni e 8 mesi); Luca Chierchia (2 anni e 8 mesi); Pietro Chirico (6 anni); Flora Ciotola (2 anni e 8 mesi); Pasquale Credendino (16 anni); Giuseppe D’Elia (2 anni); Andrea Guido (2 anni); Mario Salierno (2 anni e 8 mesi); Francesco Damiano (16 anni); Stefano Deodato (2 anni); Francesco Di Sarno (20 anni); Angelo Esposito (6 anni e 6 mesi); Giovanni Esposito (18 anni e 6 mesi); Manlio Esposito (6 anni); Salvatore Fallico (2 anni e 8 mesi); Francesco Favella (17 anni); Pasquale Finocchio (2 anni); Filippo Iazzetta (21 anni); Carmine Lettieri (2 anni e 8 mesi); Salvatore Maisto (2 anni); Massimo Malinconico (16 anni); Angelo Moccia (24 anni); Antonio Moccia (30 anni); Gennaro Moccia (16 anni); Luigi Moccia (21 anni); Maria Mosella (2 anni e 8 mesi); Antonio Nobile (16 anni); Claudio Piscitelli (16 anni); Angelo Piscopo (17 anni); Gennaro Rubiconti (18 anni); Raffaele Sepe (3 anni). Il tribunale ha disposto, per diverse imputazioni, assoluzioni con formule quali “perché il fatto non sussiste” o “per non aver commesso il fatto”, e ha dichiarato non luogo a procedere per quattro imputati (tra cui Antonio e Luigi Moccia) in ragione della prescrizione; in un caso è invece sopraggiunta l’estinzione dei reati per decesso dell’imputato. Infine, due anni di libertà vigilata sono stati assegnati a Angelo, Luigi, Antonio e Gennaro Moccia, mentre a Iazzetta, Damiano, Di Sarno, Favella, Malinconico, Nobile, Oiscitelli Piscopo, Rubiconti e Giovanni Esposito è stata inflitta la misura.
La lettura delle condanne e delle assoluzioni restituisce un quadro molto frammentato: da un lato una serie di pene pesanti per un gruppo di persone legate al contesto camorristico, dall’altro una quota significativa di imputati completamente prosciolti o non colpevoli per specifici capi d’imputazione. È la fotografia di un procedimento che ha provato a distinguere tra responsabilità accertate e accuse rimaste prive di riscontri. In questo senso, la sentenza di primo grado si pone come momento cruciale per la definizione di ruoli e responsabilità all’interno di un tessuto economico e criminale intrecciato, senza che si possa tuttavia dedurre una colpevolezza automatica per chi è rimasto coinvolto ma non condannato.
Nel contesto campano, il verdetto assume rilievo anche in chiave di metodo: mostra come le procure affrontino, con strumenti differenziati, le dinamiche tra gruppi criminali e imprese coinvolte in procedure d’appalto, con l’obiettivo di separare gli elementi veri da quelli meno fondati. Le attestazioni della difesa e la presenza di imputati prescritti o deceduti rimarcano, inoltre, la complessità delle verifiche e delle valutazioni in questa materia. Restano da attendere eventuali appelli o nuove verifiche, che potrebbero offrire ulteriori chiarimenti su alcune posizioni ancora incerte.
Secondo la prima ricostruzione pubblicata, dunque, la verità processuale emerge dall’equilibrio tra prove, testimonianze e interpretazioni del tribunale, senza compromettere né l’esigenza di giustizia né la tutela della presunzione di innocenza. Un percorso giudiziario destinato a lasciare ulteriori tracce nella storia giudiziaria della Campania e, soprattutto, nelle prossime scrutinazioni sull’eventuale evoluzione di queste responsabilità.
