Caivano, assoluzione su un nodo di minaccia: la sentenza sul suocero del boss. Una differente lettura dei fatti apre nuove luci su una vicenda già nota, che vede al centro Don Maurizio Patriciello e una serie di episodi contestati tra aprile 2022 e ottobre scorso.
L’episodio chiave al centro della decisione giudiziaria riguarda un pannello affisso dall’imputato, Vittorio De Luca, 75 anni, all’inferriata della parrocchia di San Paolo Apostolo nel Parco Verde di Caivano. Il testo recitava «Bla Bla Pe’ Mo’» (blatera per ora) ed è stato considerato dall’accusa come minaccia rivolta al sacerdote anti-camorra, già colpito da un episodio decisamente grave poche settimane prima: l’esplosione di un ordigno davanti al cancello della chiesa. L’avvio del processo è nato proprio da quel contesto di intimidazione che aveva visto Don Patriciello nel mirino, in un periodo di forti tensioni sociali nell’area.
Nella stessa cornice processuale figura Bruno Mazza, responsabile dell’associazione «Un’infanzia da vivere» e membro del Comitato di Liberazione dalla Camorra area nord di Napoli, di cui Don Patriciello è stato tra i fondatori. Mazza è stato indicato, in una chat del Comitato, come autore dell’insolita scritta: da qui è scattata una contestazione che ha visto De Luca avere risposte in pubblico, con una frase pronunciata dallo stesso suocero del boss davanti ad altre persone: «ti uccido, ti uccido, ti do tre mesi di tempo, se ti uccido ora ti devo pagare». Eppure, in sede di giudizio, la corte ha pronunciato l’assoluzione, rilevando la presenza di due profili distinti nella vicenda: da un lato il principio del ne bis in idem (divieto di essere giudicati due volte per lo stesso fatto) e, dall’altro, l’insussistenza del fatto per i capi B e C, ovvero le parti di accusa ritenute non configurate come reati.
“Questa sentenza è molto importante, rimette in discussione la condanna della settimana scorsa e sarà oggetto dei motivi di appello contro quella sentenza”, ha commentato l’avvocato Gabriele Roberto Cerbo, difensore di De Luca, evidenziando come la decisione possa ridefinire l’intero capitolo processuale aperto intorno a De Luca e ai presunti episodi di minaccia.
In parallel lo stesso tribunale di Napoli Nord aveva già pronunciato una condanna per stalking, con l’aggravante del metodo mafioso, per De Luca in relazione a un altro fatto risalente al periodo della messa: la consegna di un proiettile durante la celebrazione dell’11 ottobre 2025, episodio che aveva coinvolto Don Patriciello e che era stato interpretato dall’accusa come intimidazione mirata. La pronuncia di condanna, riferita a questo secondo episodio, potrebbe invece rendere necessari sviluppi giuridici ulteriori, tra appelli e verifiche delle linee di imputazione.
Secondo quanto riportato da cronachedellacampania.it, il intreccio tra le due vicende mostra come la stessa persona possa essere al centro di esiti giudiziari diversi per eventi apparentemente simili, ma strutturati in modo diverso dal punto di vista investigativo. Le parti civili, tra cui Bruno Mazza, hanno visto una differente qualificazione giuridica tra i due episodi, con una lettura che privilegia la distinzione tra minaccia diretta e azioni correlate al contesto associativo.
Nel frattempo, resta da chiarire quale sarà l’esito definitivo degli eventuali motivi di appello, e quali sviluppi pratici emergeranno in seno alle contese tra le parti coinvolte, soprattutto alla luce della condanna per stalking e della successiva assoluzione su altri capi d’imputazione. L’ombra di un’indagine che ruota intorno al linguaggio della minaccia e alle pressioni esercitate nel contesto comunitario resta al centro di un dibattito che coinvolge famiglie, parrocchie e rappresentanti di associazioni civili impegnate contro la camorra. Se davvero la legge saprà distinguere tra fatti accertati e mere ipotesi investigative, sarà la magistratura a fornire una lettura definitiva, mentre la comunità attende risposte su sicurezza e responsabilità.
