Ad Apice è scoppiato un nuovo scontro: la vendita del ristorante legato alla strage dei tre fratelli Licciardi ha diviso paese, famiglie e potenziali acquirenti.
La vicenda, riportata dalla cronaca locale, ha riportato al centro dell’attenzione non solo il valore commerciale dell’immobile ma il peso della memoria collettiva. Secondo la ricostruzione pubblicata sulla stampa regionale, attorno all’annuncio di vendita si sono subito formati fronti contrapposti: chi vuole che il locale torni in attività il prima possibile e chi invece teme che la cessione possa trasformarsi in un’operazione di mercificazione del dolore.
Da una parte ci sarebbero gli eredi e i gestori che, per ragioni economiche e pratiche, spingono per chiudere la trattativa; dall’altra, residenti e rappresentanti del territorio che chiedono più informazioni sulle modalità della vendita e garanzie sul futuro uso della struttura. L’indiscrezione su una possibile trattativa con investitori esterni ha alimentato sospetti e richieste di maggiore trasparenza, mentre al bar del paese si discute se sia opportuno riaprire il locale con la stessa insegna o conferirgli un’altra destinazione d’uso.
Sul piano istituzionale, la vicenda solleva interrogativi sul ruolo che Comune e Prefettura possono o devono giocare quando un bene materiale è intimamente legato a un fatto di cronaca nera. Al momento non risultano, pubblicamente, provvedimenti restrittivi della Procura o ordinanze comunali che bloccano la vendita; resta tuttavia la sensazione, espressa da più cittadini, che una valutazione pubblica più esplicita sarebbe necessaria per evitare tensioni e possibili speculazioni.
Quel che emerge con chiarezza è il conflitto tra due esigenze legittime: la necessità di chiudere vicende patrimoniali e riavviare attività economiche, e il dovere di rispettare la memoria delle vittime e la sensibilità di una comunità ferita. In altri territori casi simili si sono risolti solo dopo tavoli pubblici e garanzie su destinazioni d’uso sensibili: è il tipo di mediazione che molti ad Apice ora invocano.
La trattativa prosegue fuori dalla luce dei riflettori, ma la partita politica e sociale si gioca già nelle piazze e nelle affollate conversazioni dei bar. Per ora resta fermo il nodo più concreto: chi comprerà il locale e quale idea di città rappresenterà quella scelta.
