Megayacht che ancorano nel golfo durante le regate sono uno spettacolo che attira sguardi, influencer e portafogli generosi, ma quanto resta davvero alla città? Il recente aumento delle prenotazioni a bordo per assistere alle regate ha acceso riflettori e rendite immediate per chi opera nel lusso nautico; non per forza per chi vive e lavora nei quartieri di Napoli.
La verità pratica è che lo show in mare produce soldi, ma li trattiene dove gli accordi e le infrastrutture lo permettono: marine private, agenzie di charter internazionali, fornitori di catering di alto livello e servizi di logistica che spesso non sono radicati nella rete commerciale locale. Il turista che paga migliaia di euro per una giornata a bordo spende poco — e quando lo fa — nelle pasticcerie di Mergellina o nei mercati di via Toledo. Il risultato è un corto circuito: grandi incassi per pochi soggetti, scarso effetto moltiplicatore sull’economia cittadina.
Nel frattempo Napoli sopporta costi non sempre calcolati nelle lusinghe del turismo elitario: maggiore pressione sul traffico delle coste, esigenze aggiuntive in termini di sicurezza e ordine pubblico nelle aree portuali, gestione dei rifiuti al seguito degli eventi. Se gli oneri si riversano sulle amministrazioni locali, bisogna che anche i ricavi generati da queste presenze vengano quantomeno condivisi, tramite tariffe di approdo commisurate, diritti di sosta e clausole sugli appalti che favoriscano imprese e lavoratori locali.
Non è un attacco al settore nautico: le regate valorizzano il golfo e possono essere un’occasione straordinaria per Napoli. È però responsabilità del Comune, dell’Autorità di Sistema Portuale e della Prefettura trasformare la visibilità in benefici concreti. Contratti di occupazione, misure per l’indotto, patti con gli organizzatori degli eventi che includano quota di servizi acquistati in città sono strumenti praticabili per riportare risorse dentro il perimetro metropolitano.
Se la città vuole davvero trarre vantaggio dal mare e dalle sue vetrine galleggianti, serve una regia pubblica più decisa: negoziare tariffe, porre vincoli di trasparenza sulle prenotazioni e assicurare che una parte delle entrate sia destinata a manutenzione delle coste e servizi pubblici. Lasciare tutto alla libera distribuzione dei profitti significa consegnare lo spettacolo a chi lo organizza e non a chi lo ospita. Napoli non può essere solo lo sfondo bello di un palcoscenico che incassa altrove.
