«Una ferita profonda»: il sindaco Gaetano Manfredi non ha usato mezze parole commentando l’omicidio di Giogiò, e ha detto che la violenza giovanile «è diventata come un’epidemia». Quel richiamo non è retorica politica, è un invito a pensare risposte che funzionino nel quotidiano della città.
Quando si parla di «epidemia» non si intende solo la brutalità di singoli atti, ma la normalizzazione dell’aggressività tra ragazzi che cresce in contesti familiari ed urbani segnati da fragilità. A Napoli questo contagio prende forme diverse: si manifesta nelle periferie dove mancano opportunità educative, ma non risparmia nemmeno aree più centrali, con focolai riconoscibili in quartieri come Scampia, Secondigliano, il Vasto o la Sanità. È lì che la prevenzione deve incrociare la vita reale: scuole aperte, servizi sociali attivi, spazi dove i giovani possano coltivare competenze e relazioni sane.
La parola del sindaco indica la direzione: non si può trattare il problema solo con più polizia o solo con più interventi sociali. Serve integrazione. Nelle scuole servono potenziamento dei servizi di psicologia, formazione per insegnanti su conflitto e gestione delle tensioni, e protocolli chiari di segnalazione tra istituto e servizi sociali. I servizi comunali e le Asl devono disporre di unità mobili e progetti di outreach, in grado di intervenire prima che la situazione degeneri. Sul fronte della sicurezza urbana la scelta non è repressione a prescindere, ma presenza preventiva: pattugliamenti di prossimità, illuminazione, trasporto sicuro nelle ore serali e luoghi di aggregazione controllati e aperti.
Il nodo pratico è la coordinazione: bisogna mettere in rete Comune, Prefettura, Questura, scuole, Asl e terzo settore con protocolli che rispettino la privacy e la presunzione d’innocenza, ma che consentano interventi tempestivi su casi di rischio. Questo richiede stanziamenti mirati e tempi certi: fondi per centri giovanili, borse lavoro per i più giovani, tirocini e società sportive che non siano meri spot comunicativi ma impegni strutturati sul territorio.
Se la parola «epidemia» ha scosso la città, la risposta deve essere un progetto di comunità, misurabile e sostenibile nel tempo. Napoli ha risorse civiche e associative ampie; serve ora che la politica le metta in rete con le istituzioni, che il Comune converta la diagnosi del sindaco in un piano concreto e tracciabile. Senza soluzioni integrate, la rabbia continua a trovare spazi dove diventare violenza; con esse, invece, può cominciare a essere curata.
