L’Italia sta vivendo una fotografia inquietante della sicurezza sul lavoro: nei primi nove mesi del 2026 si registrano 823 denunce di infortunio con esito mortale, 39 in più rispetto al 2025, con un incremento complessivo del 5%. Una cifra che non racconta solo numeri, ma il rischio concreto che grava su una parte del Paese più esposta alle tragedie sul lavoro e sulle sue conseguenze sociali.
La ripartizione tra morte sul posto di lavoro e morte durante il tragitto casa-lavoro è cruciale per capire dove intervenire, e conferma una dinamica non omogenea sul territorio. Dei 823 casi contabilizzati, 595 hanno riguardato incidenti sul luogo di lavoro, 228 sono avvenuti in itinere. Rispetto all’anno precedente, i due comparti crescono rispettivamente del 3,5% e del 9,1%. Questi numeri, pur presentingi un quadro nazionale, si impregnano di una profondità territoriale che richiede attenzione mirata. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la prospettiva incide sull’urgenza di azioni concrete, soprattutto laddove la combinazione di età, settore e contesto territoriale amplifica i rischi.
La classificazione dell’Osservatorio Vega sui rischi occupazionali mette in luce un elemento decisivo: non è la quantità assoluta dei decessi a descrivere il pericolo, ma l’incidenza, cioè il rapporto tra morti e popolazione occupata. La media nazionale è di 24,7 decessi per milione di occupati. La fascia rossa comprende Sicilia, Calabria, Basilicata e Campania, regioni dove l’indice supera quella soglia di oltre il 25%. In zona arancione rientrano invece Puglia, Piemonte, Liguria, Veneto e Trentino-Alto Adige, mentre in giallo troviamo Marche, Sardegna, Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Molise e Lazio; le incidenze più basse si registrano in zona bianca (Lombardia, Valle d’Aosta, Abruzzo, Friuli-Venezia Giulia). In termini assoluti, Lombardia resta la regione con il maggior numero di morti sul lavoro (84), seguita da Campania (60), Veneto (58), Sicilia (55) e Piemonte (53). Dunque, il Sud concentra il peso in termini di incidenza, ma non è immune a una realtà in cui anche regioni del Nord registrano numeri significativi.
Il monitoraggio rivela una dimensione di genere e stranierità particolarmente marcata. Tra gennaio e settembre 2026 le vittime femminili salgono a 76, rispetto alle 68 dello stesso periodo del 2025, con l’attività lavorativa che erige 43 decessi (in aumento di 10 unità). Le vittime in itinere tra le donne sono 33. Il dato sui lavoratori stranieri è ancora più evidente: 221 vittime tra gennaio e settembre 2026, contro 171 nel 2025, ovvero un incremento del 29,2%. Una realtà che parla di vulnerabilità specifiche e di un tessuto occupazionale vario che necessita di interventi mirati.
Guardando al tessuto produttivo, il settore delle costruzioni resta il più pericoloso durante l’attività lavorativa: 101 decessi nei primi nove mesi. Seguono i comparti del trasporto e magazzinaggio (80) e delle attività manifatturiere (73). L’età pesa in modo significativo sull’andamento del rischio: la fascia over 65 registra il tasso più alto, con 85,4 morti per milione di occupati, seguita da chi ha tra 55 e 64 anni (37,1) e dai giovani tra 15 e 24 anni (34,3). In valori assoluti, però, la fascia 55-64 anni è quella che conta il maggior numero di vittime: 208 su 595. I giorni della settimana mostrano ancora una configurazione concentrata: il giovedì registra il 22,2% dei decessi, seguito da lunedì (20,7%) e martedì (16%).
L’orizzonte non è solo contabile: nei nove mesi del 2026 l’INAIL ha ricevuto 457.879 denunce di infortunio, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente. Tra gli incidenti sul lavoro, i numeri peggiorano laddove l’economia reale incontra le fragilità delle categorie professionali: manifatturiero (52.839 denunce), sanità (29.082), costruzioni (28.430), commercio (25.688) e trasporti e magazzinaggio (25.524). A colpire di più non è un’area geografica singola, ma una combinazione di fattori che ridisegna la mappa della sicurezza sul lavoro italiana.
Commenta Mauro Rossato, presidente dell’Osservatorio Vega: «Il bilancio delle vittime sul lavoro in Italia continua ad aggravarsi». Le differenze tra territori e tra categorie, aggiunge, «rappresentano un segnale che non può essere ignorato» e chiedono un impegno crescente a istituzioni e soggetti responsabili della sicurezza. Se c’è una lezione da trarre, è questa: meno statistiche, più interventi efficaci, soprattutto nei settori e nelle regioni dove il rischio resta più alto, affinché la sicurezza non diventi soltanto una cifra da annotare, ma una pratica condivisa e quotidiana sul lavoro.
