La pasta torna a rasserenare un po’ le tasche degli italiani: il prezzo medio al chilo si attesta ora a 1,59 euro, con una diminuzione complessiva del 23,7% nell’arco di due anni. Un progresso che arriva quasi a ridosso del World Pasta Day, fissato per il 25 ottobre, ma che non cancela le differenze tra territori.
L’indagine, promossa dal Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc) in collaborazione con Assoutenti, mette a confronto i listini al dettaglio nelle principali città italiane utilizzando dati ISTAT e del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la riduzione è generalizzata, anche se non uniforme da regione a regione.
Si guarda agli anni passati per capire la traiettoria: nel 2023 la pasta di semola di grano duro aveva toccato livelli elevati, con una media nazionale intorno ai 2,13 euro al chilo e punte che avevano sfiorato i 2,40 euro. A dicembre 2025 il costo medio nazionale si era assestato su 1,63 euro, e nei primi nove mesi del 2026 la tendenza al ribasso si è consolidata, registrando un’ulteriore flessione del 2,3%.
Quando si scende nel dettaglio territoriale, emergono chiaramente le distinzioni: Udine rimane la provincia più cara, con una media di 1,91 euro al chilo. Seguono Pescara, 1,89 euro, e Cagliari, 1,88 euro. In controtendenza, Siracusa è tra le zone più convenienti con circa 1,10 euro al chilo, mentre Palermo si ferma a 1,13 euro e Messina a 1,19 euro.
Nel confronto regionale, la Campania figura tra le regioni con i prezzi più contenuti, assieme a Sicilia e Calabria. Al contrario, Marche, Friuli-Venezia Giulia e Veneto si collocano tra i territori con i listini mediamente più alti. Furio Truzzi, presidente del comitato scientifico del CRC, collega questa distribuzione geografica alle abitudini alimentari: nelle regioni meridionali, dove il consumo pro capite di pasta è più alto, i prezzi risultano generalmente inferiori. «I prezzi sono nettamente più bassi nelle regioni del Sud, quelle cioè dove il consumo pro-capite di pasta è più elevato, e dove quasi il 70% dei cittadini mangia pasta ogni giorno», osserva Truzzi.
I dati raccontano una realtà in cui il calo complessivo della pasta non si traduce in un’omogeneità geografica: tra nord, centro e sud restano differenze ancora marcate, nonostante una tendenza al ribasso che si è protratta anche nel 2026. Per le famiglie, però, resta utile leggere l’andamento come indicatore della dinamica dei prezzi alimentari e del potere d’acquisto, con la Campania tra le regioni dove la spesa per la pasta continua a pesare meno sul bilancio mensile rispetto ad altre zone del Paese.
