Castellammare di Stabia, rientro silenzioso di una figura chiave della camorra: Pasquale D’Alessandro torna a casa dopo vent’anni di detenzione, scegliendo un rientro discreto lontano dal clamore pubblico. La mossa, descritta dagli osservatori come un gesto di cautela e di basso profilo, segnala una nuova tappa nella leadership della dinastia che controlla il territorio. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la scarcerazione arriva al termine di un iter detentivo durato oltre vent’anni.
D’Alessandro, 54 anni, conosciuto con il soprannome di ‘o nir, è primogenito di Luigi D’Alessandro, figura storica della cosca che aveva già varcato i cancelli della libertà nel 2018, dopo più di tre decenni di carcere. L’inedita scelta di tornare a vivere a Scanzano, la roccaforte stabiese, è stata accompagnata da una decisione di allungare la sosta lontano dalla città prima di rimettere piede nel cuore del quartiere criminale. Una strategia di quiete apparente, ma non priva di significati, secondo gli analisti che seguono da vicino l’evolversi delle dinamiche interne al clan.
Il dossier giudiziario di D’Alessandro è noto per aver incrociato la camorra stabiese con vertici oltre confine. Latitanza protrattasi per quasi cinque anni e mezzo ha fatto di lui un protagonista non ufficiale della cronaca nazionale: l’epoca della sua cattura è del 5 giugno 2007, quando fu sorpreso in una palazzina blindata tra Santa Maria la Carità e Gragnano, lungo la direttrice che conduce a Madonna delle Grazie. Da quel covo, le ricostruzioni degli inquirenti lo indicano come motore operativo della cosca, impegnato nel traffico di droga che alimentava i bilanci dell’organizzazione e nel controllo di affari illeciti nel territorio.
Il curriculum giudiziario comprende condanne definitive per omicidio, traffico di stupefacenti e usura, episodi che hanno contribuito a delineare un profilo di potenza criminale radicata anche nel Nord Italia. Tra i capitoli più drammatici figura l’omicidio dell’ex cutoliano Giuseppe Riccardi, noto come ‘o pettolone, assassinato nel 1996 in piena Villa Comunale a Castellammare di Stabia, un tirocinio crudele studiato per ridefinire gli assetti di potere. Le verifiche hanno anche evidenziato un legame con attività illecite oltre confine, come indicato dalla condanna del 2005 del Tribunale di Parma per episodi di estorsione e usura ai danni di commercianti stabiesi emigrati a Salsomaggiore.
Negli ultimi mesi la difesa aveva tentato di far valere la continuazione tra le sentenze ormai definitive, in prospettiva retroattiva. La Corte di Cassazione ha però respinto l’istanza, confermando l’impostazione accusatoria e prolungando di alcuni mesi la fase di detenzione in attesa dell’esito del residuo percorso penale. Nonostante ciò, il nome di D’Alessandro resta ricorrente nelle indagini della Direzione Distrettuale Antimafia: intercettazioni ambientali, risalenti a inchieste sul controllo degli affari illeciti e sulla spartizione dei proventi legati agli appalti, continuano a citare i vari rami della famiglia come riferimento di potere.
Ora che l’ex capofamiglia torna a muoversi tra le vie di Scanzano, l’attenzione delle forze dell’ordine e della magistratura antimafia non si allenta. L’obiettivo degli investigatori è capire se la scarcerazione di un elemento di questa caratura possa imprimere una nuova accelerazione alla ridefinizione degli equilibri criminali nell’area stabiese. Il timore è fondato: la storia recente ha mostrato come la presenza di pesi massimi possa riavvicinare i clan, ridefinire alleanze e rilanciare il controllo su reti di droga, usura e appalti illeciti. L’esito di questa fase resta incerto, ma le autorità continuano a monitorare attentamente la situazione, consapevoli che la stabilità di Castellammare dipende anche dalla capacità di tenere sotto controllo i nodi irrisolti della criminalità organizzata.
In un contesto storico in cui la camorra locale ha alternato periodi di staggering potenziale e di riorganizzazione interna, la ricomparsa di D’Alessandro tra le vie della città riporta al centro dell’analisi il tema della continuità dinastica e della possibilità di nuove dinamiche di potere. Le sirene dell’emergenza restano accese: la magistratura e le forze dell’ordine hanno ora il compito di discernere tra l’esercizio della libertà personale e le conseguenze di una leadership criminale ancora in piedi, pronto a riallineare gli interessi su un territorio già segnato da decenni di violenza, traffico e racket.
