Ponticelli: epilogo di una stagione di potere e violenza. Andrea Andreotti, noto tra gli ambienti camorristici come “’o cappotto”, è morto ieri all’età di 75 anni. Il religioso saluto nella chiesa di San Rocco segna la chiusura di una parabola personale intrecciata a una trasformazione profonda della camorra napoletana e alle conseguenze che, per decenni, hanno condizionato quel quartiere della periferia orientale. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la vicenda individuale respira ancora nel respiro di una storia collettiva di potere, alleanze e vendette.
Andreotti fu ritenuto, dall’insieme delle ricostruzioni giudiziarie, il capo della fazione che portava il suo nome, ben inserita tra le dinamiche di Ponticelli prima che i Sarno ne dessero nuovo corso. La sua ascensione coincide con una fase nella quale gruppi camorristici della zona si contendevano controllo di spaccio, estorsioni e affari illeciti tramite alleanze utili a consolidare la forza sul territorio. Una fase di rapidi equilibri fragili, destinati a sfidarsi fino a una rottura che avrebbe cambiato la geografia criminale di quell’area.
La carriera criminale di Andreotti ha inizio nel 1983: il 21 febbraio lui e altri dieci esponenti dell’area cutoliana furono arrestati nell’ambito di un’indagine su razzie ed estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti tra Ponticelli, Cercola e Volla. Le somme pretendenti erano miliardi delle vecchie lire, un sistema di pressione finalizzato a imporre il pizzo e a rafforzare il controllo criminale del territorio. In questa cornice si contavano già i tentativi di ampliare l’influenza anche oltre Ponticelli, allargando i suoi contatti con realtà foranee a Napoli est.
L’equilibrio tra i clan si incrinò con la rottura dell’alleanza storica con Ciro Sarno, detto ’o sindaco, e con l’allargarsi della rete di legami tra Sarno e altri gruppi, tra cui l’Aprea di Barra. La contrapposizione non fu solo una guerra di affari: fu una contesa armata, una sorte di spartizione del controllo che trascinò il quartiere in una spirale di violenza. Tra gli episodi che segnarono quel periodo, l’omicidio di Vincenzo Duraccio il 6 ottobre 1989, all’interno del negozio Italia 90, fu uno dei passaggi cruciali che portarono al clou sanguinario del Sayonara.
Il 11 novembre 1989, al bar Sayonara di Ponticelli, esplose una pioggia di colpi che devastò il quartiere: sei morti e tre feriti, tra cui una bambina. Secondo le ricostruzioni processuali, le responsabilità principali ricaddero su chi era rivale di Andreotti, mentre la dinamica dell’attacco fu studiata con il contributo di collaboratori di giustizia anni dopo. La strage segnò non solo una ferita profonda per i familiari delle vittime, ma anche la disfatta politica sul piano del controllo territoriale: i Sarno e i loro alleati emergono come i vincitori della nuova fase, con Andreotti indebolito.
Una latitanza durata circa diciassette mesi si concluse con l’arresto nel gennaio 1990: Andreotti fu individuato a Poggioreale, a bordo di un’auto insieme al suo consigliere. La vicenda si chiuse, secondo i resoconti dell’epoca, con una cauzione di dieci milioni di lire che ne consentì la liberazione. L’uomo, pur libero, non tornò a Napoli a riprendere la vecchia leadership, perché l’assetto della criminalità orientale era già mutato: Sarno e i suoi alleati avevano preso piede anche a Barra, riducendo progressivamente lo spazio del vecchio gruppo.
La fuga, questa volta, fu breve: nel dicembre 1991 Andreotti fu fermato dai carabinieri a Corvara, in Abruzzo, dove era stato riconosciuto in libertà vigilata e dove fu disposto un anno di casa-lavoro. Da quel momento, Ponticelli non fu più lo stesso: i Sarno, supportati dall’Aprea, consolidarono il controllo sul territorio; i fedeli a ’o cappotto subirono pressioni e, in alcuni casi, pagarono con la vita o con l’esilio.
L’ultima tappa della sua parabola arrivò il 6 agosto 1999, quando fu fermato a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, dopo aver apparentemente trasferito la famiglia al Nord. Le accuse che gli furono contestate furono gravi: associazione mafiosa, estorsione, omicidio e detenzione di armi. Fu l’epilogo di una vita segnata dalla volatilità del potere criminale e dall’evoluzione della camorra nelle sue aree storiche.
La vicenda di Andreotti deve essere letta come parte di una trasformazione più ampia: da un sistema di estorsioni e controllo di quartiere a una guerra per la supremazia tra gruppi rivali che, nel tempo, ha lasciato una scia di sangue anche tra chi non aveva legami diretti con i clan. Con la morte del protagonista, a 75 anni, si chiude una pagina personale ma resta aperto il bilancio storico e giudiziario di una stagione in cui la camorra orientale cambiò volto, e Ponticelli ne portò a lungo le tracce. Restano la memoria delle vittime innocenti di quella guerra e la sottrazione di un equilibrio che, a distanza di decenni, continua a interrogare la memoria collettiva della città.
Secondo le informazioni disponibili e riportate da www.cronachedellacampania.it, la storia di Andreotti offre una chiave di lettura sulla lenta trasformazione della criminalità napoletana e sulle ferite ancora aperte in quartieri dove il passato non è mai definitivamente spento.
