Passeggiare a Napoli è un atto di coraggio: le nostre strade non proteggono chi cammina. È una valutazione che non nasce da un luogo comune ma dal ripetersi quotidiano di collisioni di spazio — fisico e istituzionale — tra pedoni, automobili, scooter e monopattini.
Un’inchiesta recente ha riacceso l’attenzione su problemi noti: marciapiedi interrotti o inesistenti, attraversamenti mal segnalati, corsie che non distinguono chi pedala da chi cammina. Nel centro storico le vie strette costringono i pedoni a muoversi a ridosso dei mezzi, mentre sulle arterie extraurbane e nelle periferie — da Fuorigrotta a San Giovanni a Teduccio, passando per quartieri come Pianura e Scampia — la mancanza di spazi protetti rende ogni attraversamento una scommessa. A complicare il quadro ci sono le nuove forme di mobilità: i monopattini, spesso parcheggiati a casaccio, e gli scooter che sfruttano ogni pertugio aumentano la vulnerabilità di chi va a piedi.
Dietro alla pericolosità c’è una responsabilità collettiva, non di singoli incivili: decisioni urbanistiche che per anni hanno privilegiato la sosta e la velocità dei veicoli, regolamenti incompleti sul trasporto leggero, e presidi delle forze dell’ordine non sempre mirati a prevenire il rischio pedone. Comune, Prefettura e Polizia Municipale hanno strumenti e dati; manca spesso la volontà politica di usarli con coerenza, convertendo buone intenzioni in cantieri, segnaletica e controllo continuativo.
Non servono rivoluzioni costose per ottenere risultati visibili. Misure a portata di mano: ridurre la velocità a 30 km/h nelle zone residenziali e nei percorsi pedonali, installare dossi rialzati e passaggi pedonali illuminati, allargare i marciapiedi dove possibile e creare marciapiedi continui nelle strade di accesso ai servizi. Occorre inoltre separare fisicamente le piste ciclabili dalle corsie a motore, regolamentare davvero il noleggio e la sosta dei monopattini con aree dedicate e limiti numerici, e usare la videosorveglianza per sanzionare comportamenti pericolosi. Tutto questo va accompagnato da un piano di interventi prioritari basato sui dati degli incidenti, coordinato con gli ospedali per capire dove i danni sono maggiori e con la Polizia Locale per pianificare controlli mirati.
Rendere Napoli passeggiabile non è questione di decoro: è una scelta di civiltà e di salute pubblica. Quando una città restituisce spazio a chi cammina vengono premiati il commercio, la socialità e la sicurezza. Il tempo delle parole è scaduto: la politica locale deve trasformare mappe di rischio in cantieri, ordini di servizio in pattugliamenti costanti, e privare l’improvvisazione del monopolio della strada. I napoletani hanno il diritto di attraversare la loro città senza dover guardare ogni volta anche alla propria salvezza.