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Tonno, non squalo: il giornalismo della paura che ci fa fuggire dal mare

Un bagnante ha creduto di essere inseguito da uno squalo ma la minaccia era un tonno gigante. La vicenda riapre il dibattito sul ruolo dei media locali nel gonfiare il timore del mare e sulla necessità di un approccio più responsabile nelle prime segnalazioni.

Di Nina Chirico22 Agosto 2026 - 01:441 minuto fa 2 min di lettura
Tonno, non squalo: il giornalismo della paura che ci fa fuggire dal mare

È bastata una segnalazione — riportata dalla stampa — per trasformare una nuotata in una scena di panico: un bagnante convinto di essere inseguito da uno squalo, e invece era un tonno gigante.

Non è il primo episodio di questo tipo, e non sarà l’ultimo, se non cambiamo atteggiamento. I titoli allarmistici e le condivisioni frettolose alimentano un circuito di paura che pesa su chi vive e lavora sul mare: bagnanti, stabilimenti balneari, pescatori. Raccontare in modo istrionico quello che ancora è una segnalazione non è soltanto un vizio di forma, è un errore di servizio pubblico.

Il punto non è demonizzare chi dà la notizia, ma chiedere a redazioni e cronisti qualche accortezza in più quando il tempo è poco e l’ansia tanta. Prima di lanciare parole definitive come “squalo”, vale la pena contattare subito la Capitaneria di porto, la polizia municipale o gli enti competenti; verificare se ci sono filmati o foto affidabili; e usare locuzioni cautelative — “segnalazione”, “presunto”, “da verificare” — fino all’accertamento. Questo non rallenta il giornalismo, lo rende credibile.

Perché la paura vende è un dato di realtà: emozione, titoli forti, click. Ma Napoli non è una semplice platea di lettori. Qui il mare fa economia, socialità e fa parte dell’identità cittadina. Ogni allerta improvvida ha ricadute concrete: reputazione delle spiagge, turismo locale, lavoro stagionale. I media locali hanno quindi una responsabilità doppia: informare rapidamente e, insieme, non eccitare panico ingiustificato.

Il suggerimento non è un manuale burocratico ma una chiamata alla responsabilità: verifiche rapide con le autorità, linguaggio cautelativo nelle prime righe, contestualizzazione dei comportamenti della fauna marina e, quando possibile, interventi di esperti locali prima di trasformare una segnalazione in una notizia dominantesca. Da tifoso della nostra città e del suo mare: non riduciamo la costa a una scenografia di terrore. Raccontiamola con cura, così che chi deve decidere se tornare in acqua lo faccia informato, non spaventato.