Non serve essere ambientalisti per capire che qualcosa non torna: da una parte il Sarno, da anni bollato come uno dei fiumi più inquinati d’Europa, dall’altra i Campi Flegrei che ricordano a tutti che la terra qui non è un fondale da ignorare. In mezzo, i residenti e le famiglie che pagano con la salute e con il panico. Il sequestro bis dello stabilimento Idav — produttore di frutta candita e marmellate, già chiuso un anno e mezzo fa e ora di nuovo sigillato dai carabinieri per violazioni sulle acque reflue e disposizioni giudiziarie disattese — è l’ennesima cartina di tornasole: le norme esistono, ma l’applicazione sembra una promessa da campagna elettorale più che un impegno reale.
La tutela che perde colpi mentre il fiume continua a puzzare
Il caso Idav non è un incidente isolato: è la rappresentazione plastica di controlli a intermittenza e di sanzioni che funzionano da effetto annuncio più che da deterrente. Il Sarno non migliora perché il sistema di monitoraggio e repressione è lento, ingessato e spesso incapace di tenere testa a interessi economici che privilegiano il profitto immediato. I cittadini che vivono lungo le sponde non chiedono retorica ma acque pulite e misure concrete: meno chiacchiere, più ispezioni efficaci, revoche e bonifiche che non restino sulla carta. È legittimo, e doveroso, pretendere che chi scarica impunemente risponda fino in fondo delle proprie azioni; e che le istituzioni coinvolte non si limitino a recitare il ruolo di notaio delle emergenze.
Al tempo stesso, la scossa di magnitudo 4,7 del 31 luglio e i 333 nuclei sgomberati ai Campi Flegrei hanno trasformato la paura in un palco per lo scontro politico. Le parole del senatore Sergio Rastrelli — “A fronte della prova di responsabilità del governo – ha tuonato –, resistono sacche di livore immorale che impediscono una risposta adeguata” — sono arrivate come fischi in un teatro dove invece servirebbe un piano di soccorso che funzioni. La replica del sindaco di Bacoli, Josi Della Ragione, non ha tardato: denuncia l’assenza di proposte concrete per aiutare chi è stato allontanato. Nel mezzo, Il Controllore di Cerimonie pare più un regista assente che un coordinatore operativo: serve chiarezza su chi decide, su come si assistono le famiglie evacuate e su quali misure di prevenzione saranno adottate sul serio.
Questa doppia emergenza dovrebbe dettare l’agenda: niente più tolleranza per chi inquina, niente più litigi da talk show mentre la gente lascia la propria casa. I cittadini di Napoli non sono un’orchestra da dirigere a parole, ma una comunità che pretende sicurezza ambientale e protezione reale. Se le istituzioni non smettono di accontentarsi di gesti simbolici e verbalismi politico-elettorali, la prossima volta non basterà nemmeno un sequestro fotografato per spegnere il fuoco delle proteste. Chi governa ha due scelte: agire davvero o tacere e lasciare che a parlare siano solo i danni.