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Cronaca

Risolto il mistero dell’attentato: indagini su dinamiche familiari e rischi per la sicurezza a Napoli

Attentato a Ranucci: Contraddizioni e Confessioni nell’Inchiesta Un attacco ben orchestrato, ma condotto da dilettanti. L’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci ha messo in luce non solo l’ignominia dell’evento, ma anche le incoerenze di chi ne è…

Risolto il mistero dell’attentato: indagini su dinamiche familiari e rischi per la sicurezza a Napoli

Attentato a Ranucci: Contraddizioni e Confessioni nell’Inchiesta

Un attacco ben orchestrato, ma condotto da dilettanti. L’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci ha messo in luce non solo l’ignominia dell’evento, ma anche le incoerenze di chi ne è stato protagonista. Antonio Passariello e suo figlio Pellegrino D’Avino, arrestati per il posizionamento dell’esplosivo, hanno fornito versioni contrastanti al magistrato, aggravando così la propria posizione.

Passariello, colui che ha materialmente collocato l’ordigno, ha affermato di non conoscere la natura della bomba, lasciando intendere che il figlio fosse il responsabile. “Mio figlio diceva che conteneva solo polvere da sparo”, ha dichiarato, cercando di distaccarsi da ogni colpa. Tuttavia, le sue parole rivelano una consapevolezza maggiore: si è procurato un passamontagna, guanti e ha messo l’esplosivo nel vano ruota di scorta dell’auto.

Il momento cruciale si è verificato quando, dopo un primo tentativo fallito, ha premuto il telecomando più vicino alla vettura di Ranucci, causando l’esplosione. Secondo il pubblico ministero De Santis, questa azione non lascia spazio a dubbi riguardo alla sua conoscenza dell’ordigno, che conteneva ‘gelatina da cava’, un materiale esplosivo assai potente.

Parallelamente, Pellegrino D’Avino ha fornito una versione completamente diversa, affermando di essere stato contattato da Gomes Clesio Tavares, che gli avrebbe proposto il lavoro per 3.000 euro. Nonostante le sue dichiarazioni, le intercettazioni sembrano smentirlo, provando ulteriormente la sua partecipazione. “Ho solo ritirato l’esplosivo”, ha dichiarato, mentre è stato chiaro che altre informazioni sfuggissero dalla sua narrazione.

Un altro elemento di frustrazione per le autorità coinvolte è l’incoerenza riguardo al compenso ricevuto: D’Avino sostiene di aver consegnato 1.200 euro al padre, mentre quest’ultimo racconta di averne ricevuti solo 200. Queste discrepanze non solo minano la loro credibilità, ma pongono domande sulla catena di comando all’interno dell’operazione.

Il Giudice per le Indagini Preliminari Livio Sabatini ha evidenziato come le dichiarazioni dei due siano state “reticenti e contraddette dalle intercettazioni”, allontanando l’eventualità della scarcerazione. Le manovre tentate dai due uomini per alleggerire le proprie responsabilità, lungi dall’avere successo, hanno finito per rendere la loro posizione più critica.

Questa vicenda non solo mette in luce la fragilità di un’azione criminale male pianificata, ma sottolinea anche la difficoltà degli uomini della legge nel fare chiarezza in un contesto dove le bugie e le contradizioni sembrano dominare. La questione che rimane in sospeso è: chi sono davvero i mandanti di un attacco così audace, e quali saranno le conseguenze per gli esecutori della violenza?

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