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Trent’anni dopo: la scomparsa di Angela e l’incapacità collettiva di non dimenticare

Il 10 agosto 2026 segna tre decenni dalla sparizione di Angela Celentano sul Monte Faito. Tra ricordi, post sui social e indagini senza esito, resta la domanda: chi si prende la responsabilità di trasformare il lutto in dovere civico?

Di Nina Chirico10 Agosto 2026 - 11:3710 minuti fa 2 min di lettura
Trent’anni dopo: la scomparsa di Angela e l’incapacità collettiva di non dimenticare

Non è soltanto un anniversario: è un promemoria scomodo. Il 10 agosto 2026 segna trent’anni dalla scomparsa di Angela Celentano, avvenuta nel 1996 sul Monte Faito, un fatto di cronaca che si è trasformato nel simbolo di una speranza ostinata e di una frattura tra famiglia e istituzioni. La famiglia, ancora oggi, ribadisce su Facebook: “Oggi sono 30 anni senza di te – scrivono – e la certezza di riabbracciarti non è mai venuta meno”. Parole che non chiedono pietà ma risposte concrete; meritano di più delle ritualità commemorative e dei titoli che rimbalzano ogni estate.

La storia di Angela è anche la storia del tempo che passa senza esiti: le indagini non hanno portato a risultati certi e i silenzi – investigativi, comunicativi, pubblici – pesano quanto l’assenza. Questo genera due effetti opposti e entrambi nocivi: da una parte la mitologia della speranza infinita, dall’altra la normalizzazione del lutto come fatto privato da archiviare. Il risultato pratico è che la famiglia resta sola nella fatica di ricordare e di chiedere spiegazioni, mentre la società si accontenta di partecipazioni simboliche che non cambiano nulla nella quotidianità di chi aspetta una verità.

Memoria, spettacolo e responsabilità

Intorno al caso si sono sviluppate campagne social, iniziative di sensibilizzazione e l’attenzione pubblica a sprazzi. Tutto legittimo e spesso necessario, ma insufficiente se non si accompagna a responsabilità istituzionali reali. Non si tratta di criminalizzare il dolore condiviso: si tratta di chiedere che la memoria non resti un copione emotivo stagionale. È lecito pretendere che le istituzioni coinvolte mantengano archivio, trasparenza e sforzi continui; è altrettanto legittimo criticare la frequente tendenza dei media a trasformare il caso in rito estivo di attenzione per poi riporre tutto nello scaffale delle storie irrisolte. Chiedere continuità di impegno non è moralismo, è buon senso civico.

Trent’anni dopo, la domanda più scomoda è questa: vogliamo che la memoria diventi un impegno permanente o preferiamo che rimanga un fermento emotivo da post di anniversario? Le famiglie che vivono lo stesso dramma meritano strumenti concreti — procedure che non si perdano nel tempo, risorse dedicate a cold case, un dispositivo comunicativo trasparente — non slogan. Non è pietismo: è responsabilità pubblica. E finché la risposta sarà evasiva, ogni nuova commemorazione rischierà di essere un’ulteriore ferita aperta, non una tappa di un percorso verso la verità.