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Secchi e Contatori: smantellare una piazza non significa guarire una città

L'operazione 'Alto Impatto' ha tolto dal mercato decine di dosi nelle Case dei Puffi di Secondigliano, ma la retorica degli arresti non basta: senza politiche sociali e opportunità il fenomeno tornerà a occupare gli stessi spazi. Serve una discussione scomoda sulle responsabilità istituzionali, non un altro comunicato trionfale.

Di Nina Chirico9 Agosto 2026 - 10:165 ore fa 2 min di lettura
Secchi e Contatori: smantellare una piazza non significa guarire una città

L’azione dei Carabinieri batte un colpo dove il sistema sociale ha già smesso di rispondere: Case dei Puffi, Secondigliano. L’operazione “Alto Impatto” ha portato via dosi e materiale già pronto per lo spaccio — secondo i riscontri sono state trovate 50 dosi di crack, 110 dosi di cobert, 78 dosi di eroina e 14 dosi di cocaina, nascoste in secchi dell’immondizia e nei vani contatori. Prendere la droga dalla strada è indubbiamente necessario, per la sicurezza e per la dignità di chi abita questi palazzi. Ma la retorica del blitz è solo la parte più televisiva di una risposta incompleta.

Un’operazione non può sostituire una strategia

I residenti lo dicono senza filtri:

«Siamo stanchi di vedere la situazione in queste aree»

ed è una frase che pesa più di mille titoli. Il reportage di Repubblica descrive una vasta mobilitazione delle forze, ma l’effetto resta puntuale: si interrompe il mercato per qualche giorno, poi gli spazi vuoti vengono subito rioccupati. Questa dinamica non è una colpa degli operatori in divisa; è il risultato prevedibile di anni in cui le risposte istituzionali si sono limitate all’istantanea punitiva, senza investire in prevenzione, percorsi di uscita, lavoro dignitoso e rigenerazione urbana. Arresti e sequestri funzionano come parcheggio temporaneo del problema, non come cura.

Il nodo è politico e amministrativo: Il Palazzo sotto il Vesuvio e La Ditta delle Promesse hanno il compito di trasformare i proclami in scelte concrete per scuole, formazione professionale, rilancio delle aree degradate e coordinamento dei servizi. Se il piano resta un elenco di buoni propositi, il risultato lo vediamo: spazi pubblici abbandonati dove si insedia l’illegalità perché produce reddito facilmente accessibile. Anche enti come La Sala d’Attesa Collettiva, chiamati a occuparsi di dipendenze e di salute pubblica, meritano risorse e tempi chiari: non bastano campagne occasionali quando mancano percorsi stabili di cura e reinserimento.

La domanda che resta, e che dovrebbe mettere in imbarazzo più di un comunicato, è semplice: cosa cambierà davvero per chi vive in quei palazzi? Se la risposta è «più controlli», allora abbiamo già sentito il brano e sappiamo come va a finire. Occorre un progetto con obiettivi misurabili — lavoro, riqualificazione, assistenza terapeutica e monitoraggio urbano — e una responsabilità condivisa tra istituzioni locali e regionali. Il Primo Cittadino e gli altri attori pubblici non possono limitarsi a celebrare l’efficienza operativa; devono decidere se vogliono arginare il fenomeno alla radice o continuare a scambiarne i pezzi come se fossero successi da comunicato stampa. Finché la città sarà curata a spot, chi paga il conto rimarranno sempre i più fragili.