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Feste sul palcoscenico, buio nelle strade: la faccia nascosta della Napoli da vetrina

Mentre Napoli si prepara ad ospitare la Coppa America e allestisce scenografie e pedane, gli episodi di violenza e la scarsa illuminazione pubblica restituiscono l'immagine di una città che legge male le priorità: spettacolo per i visitatori, trascuratezza per chi ci vive.

Di Nina Chirico10 Agosto 2026 - 10:1812 minuti fa 3 min di lettura
Feste sul palcoscenico, buio nelle strade: la faccia nascosta della Napoli da vetrina

La città si veste a festa per attirare il mondo: palco, tribune, passerelle. È lo spartito che piace agli organizzatori, ai comunicati e ai titoli. Peccato però che, fuori dal palcoscenico della Coppa America, la scenografia non basti a nascondere i buchi nella sicurezza quotidiana. Negli ultimi giorni è stato segnalato un accoltellamento in pieno centro, insieme a una serie di incidenti stradali che rendono l’idea di una città che convive con rischi concreti. I napoletani non chiedono il lusso degli eventi ma la normalità della vita: illuminazione funzionante, controlli costanti, sensazione reale di poter uscire la sera senza tenere il fiato in gola. L’impressione è che si stia lavorando più all’apparenza che alla sostanza, e che questo gap finisca per costare tranquillità ai residenti.

“La gente è spaventata – racconta un frequentatore della Villa Comunale – non si può vivere con la paura costante di poter diventare la prossima vittima.”

Secondo quanto riportato da Repubblica, la mancanza di lampioni alla Villa Comunale alimenta proprio quella vulnerabilità di cui parla il testimone. Non è una questione di estetica: è illuminazione, dissuasione, sicurezza. Nel frattempo, la città investe in passerelle sopraelevate e infrastrutture a uso spettacolo per ospitare la manifestazione internazionale. È una scelta legittima, ma diventa insopportabile se la spesa per l’effetto visivo non convive con interventi altrettanto visibili per il governo quotidiano dello spazio urbano. Se il problema è coordinamento e priorità, allora tocca a chi governa la città spiegare perché i cittadini vengono dopo l’evento.

Chi controlla la festa quando scende il buio?

Le responsabilità sono politiche e organizzative: Il Palazzo sotto il Vesuvio ha la delega urbanistica e di spesa, Il Primo Cittadino (con traffico incluso) è il volto pubblico della stagione degli eventi, e Il Controllore di Cerimonie — la Prefettura — è chiamato a coordinare sicurezza e ordine pubblico. Nessuno di questi ruoli è neutro; sono scelte che costano, richiedono priorità e un minimo di lungimiranza. Da un lato si montano pedane e si comunicano gli spettacoli come se la città fosse un set; dall’altro si lascia che certi luoghi restino al buio e che i controlli si limitino alle ore delle celebrazioni. Questo duplice binario non è solo innaturale: è ingiusto verso chi paga tasse e vive il territorio ogni giorno.

Non serve la retorica del «dopo la festa parleremo dei problemi»: serve un piano sostenibile per i servizi di base. Più luci dove servono, più pattugliamenti stabili, manutenzione ordinaria, e comunicazione trasparente sulle risorse impiegate: elementi banali che però, se trascurati, trasformano una stagione di eventi in un cartellone di promesse non mantenute. La domanda finale è semplice e non retorica: preferiamo una città da cartolina per i cinque giorni dell’evento o una città che funzioni per 365? Finché la risposta la daranno i proclami invece dei fatti, i napoletani continueranno a pagare il conto della vetrina con la serenità.