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La frase di Ranucci su Riina riapre il dibattito etico: a Napoli si discute il confine del giornalismo

La dichiarazione attribuita al giornalista ha scatenato nella città un confronto tra colleghi, redazioni e cittadini sul rapporto tra curiosità professionale e rischio di normalizzazione di figure criminali.

Di Nina Chirico26 Agosto 2026 - 09:061 minuto fa 2 min di lettura
La frase di Ranucci su Riina riapre il dibattito etico: a Napoli si discute il confine del giornalismo

«Se potessi andrei a cena anche con Totò Riina», ha detto Ranucci: una frase che ieri a Napoli ha riaperto il dibattito sulla deontologia giornalistica. La battuta, riportata da un sito locale, è rimbalzata sui social e nei bar della città, trasformandosi in un caso che tocca professionalità, immaginario collettivo e responsabilità pubblica.

Il primo effetto pratico è stato immediato: tra colleghi e nelle redazioni cittadine si è acceso un confronto serrato. Da un lato c’è chi osserva che il giornalismo ha spesso il dovere di ascoltare e raccontare anche le parole di chi è inviso alla società, per comprendere fenomeni e prevenire. Dall’altro, molti sottolineano il rischio concreto che una simile rappresentazione finisca per apparire come normalizzazione o spettacolarizzazione del male, con conseguenze sul senso comune e sul rispetto delle vittime.

A Napoli questo confronto assume toni particolari. La passione per il racconto — anche quello sportivo, dove frontiere tra tifoseria, cronaca e intrattenimento sono sottili — rende la platea più sensibile alle immagini e alle frasi forti. Il tema non è teorico: riguarda scelte quotidiane di montaggio, titolazione e inviti in studio. È su questi microdecisi che si misura la distanza tra il diritto di informare e la responsabilità di non contribuire alla legittimazione di figure che hanno segnato la storia criminale del Paese.

Le reazioni istituzionali e professionali, pur senza prese di posizione ufficiali diffuse pubblicamente al momento, si sono manifestate in forma di dibattito: tra commenti sui social, richiami al codice deontologico e riflessioni interne nelle redazioni partenopee. In molti ambienti giornalistici si è rilanciata la necessità di chiarire, nelle redazioni e nelle scuole di giornalismo, criteri pratici per trattare interviste o incontri con persone coinvolte in fatti gravi, bilanciando diritto di cronaca e tutela delle vittime.

Il caso solleva anche una questione più ampia per Napoli: quale immagine della città si costruisce quando la cronaca nazionale si nutre di frasi eclatanti e quando il racconto locale fatica a imporre contesti e limiti? La risposta non sarà solo un atto formale. Serve una discussione pubblica che unisca redazioni, ordini professionali e lettori, insieme a strumenti concreti — formazione, linee guida chiare, scelte editoriali trasparenti — per garantire che la libertà di informare non si trasformi in strumento di spettacolarizzazione.