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Rione Sanità: sgomberi, camorra e l’ipocrisia delle istituzioni

Uno sgombero dopo 28 anni non è una vittoria: è l'ammissione di un fallimento collettivo. Nel Rione Sanità la giustizia fa annunci, la città resta in panne.

Di Nina Chirico31 Luglio 2026 - 19:3619 ore fa 3 min di lettura
Rione Sanità: sgomberi, camorra e l’ipocrisia delle istituzioni

Il Rione Sanità continua a essere la cartina di tornasole di una Napoli che annuncia soluzioni e poi le dimentica. L’ultimo atto è lo sgombero di un appartamento occupato illegalmente per 28 anni da parenti di un affiliato della camorra: una notizia che dovrebbe riempire le pagine di sdegno ma che, al contrario, suona come un promemoria imbarazzante. Ventotto anni: il tempo di generare abitudini, equivoci, complicità passive e diritti calpestati. Chi ha aspettato? Chi ha voltato lo sguardo? E perché la città ha permesso che una proprietà restasse in mano a chi coltiva il ricatto sociale tanto a lungo?

La Direzione Distrettuale Antimafia ha firmato l’operazione: un segnale, certo, che la gravità era riconosciuta. Ma il punto non è celebrare un blitz: è chiedersi perché sia stato necessario arrivare a quel livello di sospetto e accumulo di anni prima di intervenire. Nel frattempo, proprietari legittimi hanno visto andare in fumo diritti e opportunità, mentre interi isolati si consolidavano come zone grigie, dove la legge è un’abitudine intermittente. La polizia ha fatto il suo; la politica, meno.

Lo sfregio delle istituzioni

Non si può parlare del problema senza chiamare per nome l’incapacità amministrativa: Il Palazzo sotto il Vesuvio, che dovrebbe reggere pianificazioni e recuperi di patrimonio, ha spesso risposto con rimpalli e comunicati di circostanza. Il Primo Cittadino (con traffico incluso), quando si affaccia sulla questione, tende a proclamare azioni che poi restano spot. Nel mentre, Il Controllore di Cerimonie osserva e firma protocolli, La Ditta delle Promesse promette investimenti e riqualificazioni che arrancano, e i servizi sociali — quando ci sono — appaiono come urgenze improvvisate. Questo è il vero scandalo: non che la camorra si infiltri, ma che la macchina pubblica lasci spazio a quegli spazi vuoti sociali che la criminalità colma con pratiche predatorie.

Serve qualcosa di più di sgomberi a ciclo continuo: servono piani di recupero che restituiscano case ai legittimi proprietari e le trasformino in opportunità abitative per famiglie in difficoltà, non in terreno di caccia per nuove occupazioni. Serve un intervento coordinato che unisca legalità e proposta sociale, con il coinvolgimento diretto delle comunità del quartiere e il sostegno organizzato dei servizi. Se non vogliamo che il prossimo sgombero sia solo l’ennesima fotografia di un fallimento, è ora di pretendere che le istituzioni smettano di fare la passerella e inizino a governare la spesa, gli affitti, il recupero del patrimonio e il lavoro vero per i giovani del posto.

Alla fine la domanda resta semplice e scomoda: preferiamo sceneggiate di ordine pubblico o vogliamo una città che toglie terreno alle mafie costruendo alternative concrete? Il Rione Sanità non ha bisogno di flash e titoli, ma di interventi che durino più di una legislatura. Fino ad allora, ogni sgombero sarà solo la prova che sappiamo intervenire col cronometro, ma non sappiamo programmare la città.