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Sanità, Napoli: confessioni riaprono il caso Bacio Terracino; custodia cautelare per Culiersi e Pecorelli

Sanità, Napoli: confessioni riaprono il caso Bacio Terracino; custodia cautelare per Culiersi e Pecorelli

Napoli, riapre il caso Bacio Terracino: nuove confessioni dei pentiti ridefiniscono una vendetta lunga decenni e una rete di alleanze tra clan

Una nuova ordinanza di custodia cautelare riapre il fascicolo sull’omicidio di Mariano Bacio Terracino, avvenuto nel 2009 nel cuore della Sanità. Al centro dell’inchiesta tornano due figure chiave, Ciro Culiersi e Oscar Pecorelli, entrambi indicati come partecipanti al delitto in concorso, con aggravanti legate all’influenza mafiosa e alla premeditazione. L’indagine trae nuovo impulso dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e, soprattutto, dal nuovo pentito Pietro Polverino, che sostiene di aver assistito a momenti decisivi senza far parte della fase deliberativa.

Per comprendere l’evoluzione di questa storia, è utile guardare al contesto storico in cui maturò l’omicidio. Secondo le ricostruzioni, la vittima era inserita in contesti criminali marginali ma non affiliata in modo organico alle grandi confederazioni camorristi. Tuttavia, il suo nome ricorreva in passato in un fascicolo riguardante l’omicidio di Gennaro Moccia, storico capo dell’omonimo clan di Afragola. Da quel punto nacque una vendetta trasversale che coinvolse alleanze fra clan rivali, con l’obiettivo di svuotare權 di potere sul territorio della Sanità, controllata in quegli anni da illecite logiche di supremazia.

La dinamica descritta dagli inquirenti si è strutturata come una catena di comandi che attraversa diverse famiglie della camorra: i Moccia della seconda ondata di aggressioni, i Sacco-Bocchetti di San Pietro a Patierno e, sullo sfondo, i Lo Russo di Miano, con Oscar Pecorelli detto “O’ Malomm” come figura di raccordo operativo. È in tale cornice che i verbali dei pentiti delineano una responsabilità coordinata, in cui Culiersi viene individuato come autista e componente cruciale della logistica, mentre Pecorelli è presentato come mandante e organizzatore dell’azione.

La ricostruzione ha trovato conferma in materiali carcerari e nelle deposizioni incrociate tra pentiti. Pecorelli, con una missiva datata 6 dicembre 2019 e successive dichiarazioni rese nel 2020, ammette di aver guidato l’operazione e di aver designato alcuni partecipanti, spiegando anche come volle gestire l’informazione per non compromettere i margini di autonomia all’interno del gruppo. Parallelamente, Polverino racconta di aver vissuto quei momenti in prima persona, offrendo una cornice di verosimiglianza alle versioni di chi ha assunto ruoli decisivi, pur non assumendone la gestione diretta.

Un episodio chiave della vicenda riguarda un tentativo di fuga che evidenzia la fragilità del piano: dopo l’azione, Davide Francescone avrebbe dovuto raccogliere il killer e le armi a bordo di un’auto predisposta, ma fu intercettato da una pattuglia della Polizia a Capodimonte e arrestato in flagranza. L’esito della manovra spense la possibilità di un’operazione coordinata e costrinse i restanti componenti a chiudere rapidamente la scena. Le armi e i movimenti seguìti rimasero comunque a ridosso di una fuga entrata in un loop di complicazioni investigative.

Alla luce di questi elementi, il Gip Federica Girardi ha ritenuto la custodia cautelare in carcere l’unica soluzione possibile, sottolineando l’altissimo rischio di reiterazione. Nonostante Culiersi avesse recentemente riacquisito lo status di libero, e Pecorelli sia già detenuto al regime del 41-bis a Cagliari per altre cause pendenti, le valutazioni sull’intrinseca pericolosità rimangono al centro della decisione. La camorra tra Sanità e Miano non ha mai smesso di rinnovarsi, e la possibilità che direttive e contatti arrivino dall’interno delle carceri resta una realtà da considerare nell’orizzonte investigativo.

La riapertura del caso, dunque, non riguarda solo la singola esecuzione: è anche una fotografia di come vecchie reti criminali riescano a ritrovare collocazione e dinamiche nel tessuto urbano, nonostante condanne e procedimenti. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la ricostruzione attuale evidenzia una trama di alleanze che trascende i singoli personaggi e mette in luce la capacità della criminalità organizzata di rigenerarsi e di riannodare i fili del potere anche dall’interno delle celle.

Con questo sviluppo, la giustizia torna a bussare a porte ancora aperte: sedici anni dopo, l’indagine si riapre sulle tracce di una vendetta che ha attraversato decenni e che continua a chiedere risposte. Restano da chiarire molti dettagli, quelli che solo nuovi interrogatori, nuove prove e ulteriori confessioni potrebbero restituire, ma l’impegno delle procure resta quello di fare luce sui rapporti tra i clan e sui veri contorni di una vicenda che ha segnato la storia criminale di Napoli.

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