Omicidio Bacio Terracino: una vendetta vecchia di tre decenni riaccende le luci sull’ombra della Sanità. Con una nuova ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Federica Girardi, Napoli riattraversa un caso che sembrava chiuso: Ciro Culiersi e Oscar Pecorelli sono indicati a vario titolo come concorrenti nell’omicidio di Mariano Bacio Terracino, avvenuto il 11 maggio 2009 in via Vergini, nel quartiere storico della Sanità. L’inchiesta riaperta prende le mosse da nuove dichiarazioni di collaboratori di giustizia e, soprattutto, da laiche confidenze maturate da alcuni pentiti. Secondo quanto riportato da cronachedellacampania.it, la ricostruzione restituisce una mappa di alleanze e di pressioni vecchie quanto il cuore stesso di quel territorio.
La dinamica dell’edizione giudiziaria odierna si fonda su una tesi di raccordo tra vecchi feudatari della camorra napoletana e i protagonisti della Sanità e delle aree limitrofe. Bacio Terracino non era un componente organizzato delle principali cosche, ma la sua presenza in un contesto criminale e i legami con episodi del passato hanno fatto emergere una linea di vendetta che, per decenni, ha condizionato dinamiche di potere tra più quartieri. Le ragioni di fondo, secondo l’ipotesi investigativa, passavano attraverso l’accordo tra i Sacco-Bocchetti di San Pietro a Paterno e i Lo Russo di Miano, con il contributo operativo di Pecorelli, chiamato nel gergo locale “o’ malomm”, e la partecipazione di Culiersi come autista del gruppo. L’assenza di una leadership unica non ha impedito, nel tempo, di mantenere viva la traccia di un piano deviato, ora riaccesa dalla nuova documentazione.
Un elemento cruciale della ricostruzione è la testimonianza dei pentiti, in particolare quella di Pietro Polverino, tornato a parlare con dettagli che si incastrano con altre confessioni raccolte negli anni. Le dichiarazioni indicano che la pianificazione passò per una serie di incontri e contatti tra i clan coinvolti: una catena di decisioni che, seppur frammentaria, avrebbe condotto all’esecuzione. La confessione di Pecorelli, inviata in forma manoscritta nel dicembre 2019 dalla cella di Tolmezzo e sviluppata in successive deposizioni, appare determinante per la comprensione del ruolo che l’imputato avrebbe avuto nell’organizzazione dell’omicidio, nonché per individuare le responsabilità reali all’interno della rete di alleanze. Pecorelli ammette di essere stato mandante e organizzatore su richiesta di Gennaro Sacco, descrivendo inoltre come alcune informazioni rese agli alleati siano rimaste parzialmente distorte per preservare margini di autonomia.
La vicenda, da sempre intrecciata a registri di fuga incompiuti, presenta una sequenza di episodi che hanno complicato le indagini nel corso degli anni. Un capitolo significativo riguarda l’episodio di fughe e arresti che avrebbe dovuto precedere l’esecuzione: secondo quanto emergerebbe, un componente del gruppo, Davide Francescone, sarebbe stato intercettato da una pattuglia della Polizia a Capodimonte poco prima dell’azione, con conseguente arresto in flagranza. L’esito di quell’arresto contribuì a isolare altre figure e a invertire i piani operativi del commando, costringendo gli autori a una fuga precipitosa e a una gestione dei fuggitivi che si è protratta nel tempo.
La decisione del giudice Girardi, che ha disposto la custodia cautelare in carcere per Culiersi e Pecorelli, riflette un approfondimento investigativo che vede ancora aperti interrogativi e margini di verità da definire. Pecorelli, attualmente detenuto in regime di 41-bis per altre vicende mafiose, resta al centro di una prospettiva processuale che tenta di scardinare il vecchio equilibrio di potere tra i clan della Sanità e di Miano. Nonostante qualche piede libero passato, la realtà è che la camorra del quartiere non ha rinunciato a riorganizzarsi e a mantenere contatti utili anche dall’interno delle carceri. La custodia cautelare appare, secondo le valutazioni della magistratura, l’unico strumento considerato efficace per interrompere schemi di reiterazione criminale.
L’eco di quel mattino di maggio del 2009, quando l’esecuzione venne immortalata dalle telecamere e lasciò una ferita aperta nella cronaca di Napoli, torna a guidare l’attenzione sull’equilibrio tra giustizia e impunità. Sedici anni dopo, la procura e i giudici tornano a bussare ai vecchi cancelli delle cosche, affermando che la lotta al crimine organizzato richiede strumenti di prevenzione e di soffocamento del ciclo di violenza, anche attraverso misure dure e preventive. Nel frattempo, resta da chiarire quale sia il peso reale di quanto emerso in sede di indagine e quali sviluppi imminenti possano dare una nuova svolta a una storia che continua a tenere in apprensione pubblico e Istituzioni.
Secondo quanto riportato, dunque, la chiave del riavvio è nelle testimonianze dei pentiti, ma la magistratura resta cauta e prudente: accusare, attribuire responsabilità o disonestà senza prove definitive sarebbe fuorviante. L’attenzione resta centrata sull’esito delle nuove verifiche e sul modo in cui la giustizia potrà, una volta per tutte, fare luce su un episodio che ha segnato profondamente la storia criminale della città. Sempre in equilibrio tra cronaca giudiziaria e cronaca nera, Napoli guarda avanti, con la consapevolezza che la lotta contro la camorra richiede pazienza, rigore e una memoria che non dia spazio a vendette rinviate.
