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Un milione in banca, una famiglia in pasto: la gogna che segue il lutto di Domenico

Il risarcimento per la morte del piccolo Domenico ha acceso non solo dibattito sulla sanità ma una vera e propria esecrazione pubblica sui social: una tragedia privata trasformata in spettacolo di accuse e insulti che scaricano responsabilità collettive sui singoli.

Di Nina Chirico6 Agosto 2026 - 16:051 minuto fa 2 min di lettura
Un milione in banca, una famiglia in pasto: la gogna che segue il lutto di Domenico

La cronaca parla di un bimbo, Domenico Caliendo, morto dopo un trapianto di cuore fallito all’ospedale Monaldi: un evento che per sua stessa natura dovrebbe restare nel perimetro del dolore e della medicina, ma che è diventato invece materia di gogna pubblica. La famiglia ha ottenuto un accordo economico superiore al milione di euro; un riconoscimento civile, non una festa in banca. Eppure la reazione che ne è seguita sui social non è stata compassione ma una campagna di discredito. “Ho cercato di farmi scivolare tutto addosso ma ora stanno esagerando, io non capisco cosa abbiamo fatto di male per meritare tutte queste cattiverie”, ha detto la madre, restituendo con parole semplici quello che molti fingono di non capire: il lutto non è un capitolo di cronaca da commentare a cuor leggero.

La gogna digitale

La piazza digitale trasforma il sospetto in condanna istantanea. Dietro gli schermi si scrivono giudizi che non reggono al confronto con i fatti e che scaricano frustrazione su persone già fallate dal dolore. “Ci sono persone maligne – ha aggiunto la madre – che stanno scrivendo di tutto e di più sulla mia famiglia: adesso stanno accusando i miei figli e mio marito”. Questa non è informazione critica, è linciaggio verbale. Il meccanismo è semplice: una notizia toccante genera emotività, la emotività evolve in rabbia, la rabbia trova bersagli fragili. Quando la giustizia civile arriva con un risarcimento, una parte dell’opinione pubblica lo interpreta come prova di colpa o di lucro, e così la vittima diventa imputata nella sentenza della piazza virtuale.

Non è solo un problema di algoritmi: è una questione morale. Le istituzioni sanitarie e i tribunali rispondono a procedure, la rete risponde a isterismi. Se il risarcimento dovrebbe rappresentare un riconoscimento di responsabilità o una compensazione per una perdita, la risposta collettiva dimostra quanto la compassione sia diventata merce rara. Nel frattempo il dolore della famiglia resta privato e incessante, e la cronaca pubblica continua a spremere storie umane come fossero rubriche di scandalo.

Allora, che fare? Per cominciare, smettiamo di considerare la sofferenza degli altri come intrattenimento e ricordiamo che dietro ogni titolo c’è qualcuno che piange. Le piattaforme dovrebbero essere meno compiacenti con gli insulti, i giornalisti meno inclini al sensazionalismo, e noi lettori più capaci di moderare la prima impressione con un po’ di buon senso. Non è un’ipoteca sulla verità processuale, è un invito elementare alla civiltà: il lutto non merita la gogna.