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Cronaca

«Ti vengo ad uccidere dove lavori»: la minaccia che evidenzia l’incapacità delle istituzioni

Un anziano arrestato per minacce contro il sindaco durante un sopralluogo e gli scontri nei mercati cittadini non sono eventi isolati: parlano di rabbia sociale e di amministrazioni che reagiscono a singhiozzo.

Di Nina Chirico6 Agosto 2026 - 12:372 minuti fa 3 min di lettura
«Ti vengo ad uccidere dove lavori»: la minaccia che evidenzia l’incapacità delle istituzioni

L’arresto di Giuseppe Riso, 67 anni, per aver urlato al sindaco di Striano la frase “Ti vengo ad uccidere dove lavori” durante un sopralluogo su un terreno confiscato non è solo un fatto di cronaca nera locale: è uno specchio che riflette un’amministrazione sfilacciata e una città che fatica a dare risposte sensate. Secondo quanto ricostruito dai giornali, l’uomo — già noto alle forze dell’ordine — ha espresso la minaccia in dialetto napoletano, amplificando il senso di minaccia e la comprensibile paura di chi amministra in prima persona. Non è solo la minaccia a fare rumore, ma la sensazione che queste tensioni vengano presto trattate come episodi isolati, anziché affrontare la radice sociale della rabbia.

Da una parte ci sono le persone che sbraitano e, talvolta, passano il limite; dall’altra ci sono gli enti pubblici che si affrettano a mettere toppe mediatiche. Il Palazzo sotto il Vesuvio continua a gestire emergenze come se fossero scoppiettii di periferia, e Il Controllore di Cerimonie interviene come se bastasse un comunicato per ricucire fiducia ed ordine. Le promesse di tolleranza zero e di interventi strutturali restano spesso slogan: nel frattempo sul territorio si accumulano rancori, soprattutto lì dove lavori e reddito sono instabili. La politica che non capisce la vita reale dei cittadini produce vuoti di rappresentanza che la rabbia colma spesso con violenza o con gesti disperati.

La rabbia dei mercati e la politica che sorvola

Non lontano da Striano, gli scontri tra controllori e venditori ambulanti a Secondigliano sono l’altra faccia della stessa medaglia. Un venditore di frutta esasperato, la tensione cresciuta tra chi prova a sopravvivere e chi deve far rispettare le regole: alla fine un ambulante viene arrestato dopo una reazione impulsiva. Nessuno qui giustifica la violenza, ma è puerile trattare l’arresto come un episodio scollegato dalla precarietà che alimenta la tentazione di reagire in modo estremo. Se i controlli non sono accompagnati da politiche di sostegno al reddito e da percorsi di inclusione, servono solo a incrementare lo scontro sociale. La gestione pubblica sembra preferire l’istantanea censoria alla fotografia complessa delle cause.

La vera domanda che resta sospesa è semplice e imbarazzante: vogliamo limitare i danni con repressione puntuale o investire per evitare che la rabbia sfoci in violenza? Chi paga le conseguenze sono i cittadini onesti, i dipendenti che svolgono sopralluoghi, i venditori che si svegliano all’alba. Se continuano a prevalere comunicati e scatti in divisa senza un piano serio di inclusione e lavoro, tra qualche mese avremo ancora più casi del genere, e allora le responsabilità politiche non saranno più solo critiche editoriali ma uno specchio del fallimento collettivo. A chi tocca agire: lo farà davvero o aspetteremo il prossimo titolo di cronaca?