A Napoli aumentano le segnalazioni di psicosi e infarti associate a un ‘superhashish’ noto come ‘white’ o ‘frozen’.
Le storie che arrivano dai pronto soccorso della città e della sua area metropolitana sono simili: persone, spesso giovani, che arrivano con agitazione acuta, stati confusionali, allucinazioni o con dolore toracico e segni sospetti di ischemia. Alcuni pazienti sono stati ricoverati per monitoraggio cardiologico; altri sono stati trattati in osservazione breve per sintomi psichiatrici. Le strutture locali stanno segnalando il fenomeno con preoccupazione, ma senza ancora numeri pubblici consolidati.
La prima certezza è l’incertezza: i medici d’emergenza e i tossicologi avvertono che non è chiaro chi sia predisposto a reazioni così gravi. Le ipotesi sul tavolo sono diverse — altissima potenza dei concentrati, contaminazioni da cannabinoidi sintetici o solventi residui, errata identificazione del prodotto — ma mancano conferme analitiche sistematiche sui campioni sequestrati o consegnati in ospedale. Questo vuoto rende difficile tracciare profili di rischio affidabili.
Per chi lavora in reparto e in ambulanza le indicazioni pratiche sono già chiare: davanti a un sospetto di intox da ‘superhashish’ va effettuata una valutazione clinica completa con ECG, monitoraggio emodinamico e, se indicato, dosaggi cardiaci e telemetria. Consultare cardiologia e centro antiveleni locale è prudente. Per i casi con disturbi psichiatrici gravi la gestione deve prevedere sicurezza del paziente e degli operatori, valutazione specialistica e percorsi di presa in carico senza criminalizzare la persona.
Alle famiglie e alla comunità si possono dare regole di buon senso: in presenza di agitazione intensa, allucinazioni, perdita di coscienza o dolore al petto chiamare immediatamente il 118; non lasciare la persona da sola; fornire al personale sanitario ogni informazione possibile sul prodotto assunto e conservare eventuali confezioni. Evitare la sperimentazione di sostanze dal contenuto e dall’origine incerta rimane la raccomandazione più efficace.
La questione che Napoli pone non è soltanto clinica ma organizzativa: servono più analisi tossicologiche, una rete di segnalazione rapida tra ospedali, forze dell’ordine e prevenzione sanitaria e campagne di informazione mirate ai giovani. Finché non si avranno dati certi, la risposta migliore resta la cautela e la collaborazione tra punti di primo soccorso, specialisti e istituzioni locali, per trasformare segnali sparsi in una strategia di protezione collettiva.
