Che un neonato sia stato lasciato in strada a Pignataro Maggiore e salvato dai residenti non è solo uno choc: è il segnale di una rete di protezione che scricchiola. La scena, drammatica ma fortunatamente conclusasi senza tragedia grazie all’intervento dei vicini, dovrebbe invece far scattare un esame serio sulle risposte pubbliche che dovrebbero impedire che situazioni del genere accadano.
È facile applaudire la prontezza di chi ha soccorso il bambino: è la prova che il tessuto sociale locale conserva una solidarietà che funziona nei momenti di emergenza. Ma la solidarietà spontanea non può e non deve sostituirsi alle istituzioni. Quando una comunità è costretta a fare da cuscinetto alla fragilità delle persone vuol dire che i dispositivi di prevenzione e tutela — consultori familiari, servizi sociali comunali, percorsi di assistenza per la maternità a rischio, integrazione tra ASL e servizi territoriali — non sono sufficientemente presenti o non risultano efficaci nel concreto.
Non si tratta di cercare colpe personali: chi ha abbandonato il bambino merita accertamenti e risposte giudiziarie, e la legge tutelerà il minore. Ma sul piano politico e amministrativo la domanda rimane: perché quel gesto è stato possibile? In molte realtà dell’entroterra campano la distanza dai centri servizi, le liste d’attesa, la mancanza di punti di riferimento per donne e famiglie in difficoltà creano vuoti che finiscono per diventare pericolosi. È qui che il caso di Pignataro Maggiore assume valore simbolico.
Serve, prima di tutto, una mappatura reale delle risorse sul territorio e una linea diretta tra chi osserva il disagio — scuole, medici di base, parrocchie, forze dell’ordine — e chi deve intervenire. Significa rafforzare i consultori, potenziare i servizi sociali comunali con personale e fondi adeguati, velocizzare i percorsi di supporto psicologico e materiale per madri in crisi. Significa, soprattutto, che la prevenzione diventi operazione quotidiana e non emergenza dopo emergenza.
Il salvataggio di quel neonato è anche un ammonimento: la comunità ha fatto la sua parte, ora tocca alle istituzioni fare la loro. Se non vogliamo che il prossimo episodio si ripeta, bisogna rimettere la tutela dell’infanzia al centro delle politiche locali, investendo nelle reti che impediscono all’abbandono — e alla disperazione che lo genera — di trovare spazio tra le nostre strade.
