La cronaca ci propina ogni giorno notizie di violenza e degrado, eppure la macchina dei media si è fermata davanti a un altro tipo di spettacolo: il matrimonio dell’ex bomber Salvatore Di Napoli con un’assessora, evento che secondo ilgiorno.it ha catalizzato attenzioni e applausi. Non si tratta di moralismo: due persone che si amano hanno tutto il diritto di sposarsi e festeggiare. Il problema nasce quando una cerimonia pubblica diventa coperta foglia per una città che continua a colare a picco in servizio dopo servizio. A Il Palazzo sotto il Vesuvio servirebbero meno flash e più risposte concrete e misurabili, invece assistiamo a una sfilata che trasforma la vita pubblica in un red carpet.
La retorica della speranza è un mestiere comodo
Il binomio sport-politica ha sempre avuto il suo fascino: idoli popolari che prestano fama alle istituzioni, istituzioni che sperano di assorbire un po’ di quella popolarità. Ma al tifoso non interessano i selfie se il trasporto urbano è un rebus quotidiano, se le scuole e i servizi sociali arrancano, se i quartieri come Il Cuore Compressato restano angoli dove la quotidianità è una lotta. La felicità privata dei personaggi pubblici può e deve esistere; diventa però un problema quando viene presentata come panacea collettiva. La domanda concreta è semplice: questo matrimonio produrrà politiche, risorse e responsabilità o resterà un simbolo gradevole nelle pagine social?
Non sto chiedendo la censura delle celebrazioni, ma responsabilità. Se Salvatore Di Napoli e la sua compagna decidono di trasformare la loro notorietà in impegno autentico verso i problemi di Il Palazzo sotto il Vesuvio — dall’educazione alla sicurezza urbana, passando per il lavoro — ben venga. Altrimenti, quel che rimane è un rituale che consola i salotti e distrae le commissioni. I cittadini che pagano tasse e affrontano i disagi quotidiani meritano più di qualche fotografia di gruppo: meritano scelte pubbliche che non siano solo prove di immagine. È troppo chiedere che il clamore mediatico venga trasformato in concretezza politica, invece di restare l’ennesimo schermo su problemi non risolti?