La notizia—riportata da Repubblica—è semplice e imbarazzante: a Capodichino sono ricomparsi i controlli a campione per i cittadini di paesi terzi. È una misura presentata come risposta a dinamiche internazionali, una replica alle contromisure di altri Stati, ma anche un gesto simbolico che comunica paura più che protezione. Se la sicurezza è misurata a colpi di checkpoint aeroportuali, significa che preferiamo la scena rassicurante del controllo visibile al lavoro silenzioso e meno spettacolare delle politiche che riducono gli incidenti sulle nostre strade.
Sicurezza selettiva, politica dell’apparire
Non è una polemica contro i controlli in sé: ogni misura che riduca rischi ha senso. Il problema nasce quando quella stessa energia amministrativa non si riversa dove il danno è quotidiano e tangibile. I dati sugli incidenti stradali, soprattutto a Napoli, continuano a registrare numeri che meritano investimenti in manutenzione, segnaletica, restrizione di velocità e controlli mirati sul comportamento al volante. Eppure parte dell’apparato pubblico preferisce la comunicazione visibile: il controllo in aeroporto diventa l’immagine rassicurante da esibire. Il Palazzo sotto il Vesuvio e Il Controllore di Cerimonie sembrano più interessati a rassicurare l’opinione pubblica con azioni simboliche che ad affrontare la parte noiosa ma efficace della prevenzione.
Il rischio, oltre all’inefficacia pratica, è culturale. Misure come i controlli a campione finiscono per alimentare sospetti verso chi viene da fuori, trasformando la sicurezza in un dispositivo che separa invece di integrare. Non è un’accusa personale: è l’osservazione di una dinamica prevedibile. Le istituzioni dovrebbero spiegare perché si concede priorità a controlli che hanno un impatto mediatico immediato anziché a interventi stradali che salvano vite nel tempo. Nel frattempo, le famiglie, i lavoratori e i motociclisti continuano a misurare la qualità della vita con i loro rischi reali, non con i numeri di un comunicato stampa.
Le nuove norme, spesso giustificate come emergenziali, sollevano anche interrogativi sui diritti e sulle distorsioni della tutela: quanti controlli servono davvero e a che prezzo per le persone sottoposte a verifiche? Nel dibattito pubblico servirebbe meno retorica e più contabilità: quanti punti, quante risorse, quali risultati sulle strade? Se La Ditta delle Promesse continua a promettere sicurezza senza mettere mani sulle infrastrutture, il risultato è prevedibile. Siamo così ansiosi di esorcizzare la paura che preferiamo vedere un controllo in aeroporto piuttosto che una barriera sicura su una strada pericolosa.
La domanda che resta aperta è semplice e scomoda: vogliamo una politica della sicurezza che assomigli a uno spettacolo, o una serie di scelte noiose ma efficaci che riducano realmente gli incidenti e proteggano la vita quotidiana dei cittadini? Se la risposta è la seconda, allora è ora che il Palazzo sotto il Vesuvio, Il Controllore di Cerimonie e gli altri decidano di cambiare priorità—prima che la prossima tragedia diventi solo un titolo di cronaca e non un punto di svolta.