Sette ettari di macchia mediterranea ridotti a cenere per una spiegazione da bar: «volevo solo smaltire sterpaglie». La cronaca di Pozzuoli registra l’arresto di un 52enne dopo l’incendio divampato vicino all’ex base Nato di Licola, e davanti a quell’immagine di alberi e sottochioma bruciati non reggono né le scuse né i luoghi comuni. Non stiamo parlando di un fuocherello domestico che ha preso male, ma di una perdita di territorio che pesa su chi vive, lavora e paga tasse: la natura non è un bidone privato e la superficialità individuale diventa danno collettivo.
La tragedia ambientale ha una seconda faccia: la gestione pubblica. Non è accettabile che, in una regione che ogni estate convive con il rischio incendi, le istituzioni non trovino un equilibrio tra informazione, prevenzione e servizi pratici per lo smaltimento del verde. Se la comunità non è aiutata a fare la cosa giusta, la scelta sbagliata resterà la più comoda. E quando il comodo sfocia nell’incendio, il conto lo pagano tutti, non solo chi ha acceso la fiamma.
Prevenzione, sanzioni e le alternative mancanti
Parliamo chiaro: sanzionare è necessario ma non basta. Serve offerta reale di servizi — raccolta porta a porta del verde, centri di compostaggio accessibili, ecodiscariche con orari e regole comprensibili — e campagne che non siano slogan di facciata. Nel frattempo, il ruolo di chi coordina le emergenze e chi ha potere di regia diventa cruciale: Il Controllore di Cerimonie e La Ditta delle Promesse devono dimostrare di non limitarsi alle dichiarazioni pubbliche. Le norme esistono, ma l’implementazione fa la differenza tra una multa efficace e la normalizzazione dell’illegalità praticata per comodità.
Le associazioni ambientaliste e i comitati locali non possono essere l’unico argine: servono scelte amministrative precise e risorse dedicate. Informare i cittadini non significa solo mandare un volantino prima dell’estate; significa creare percorsi di smaltimento economici e capillari, investire in squadre di pronto intervento e progettare interventi di pulizia controllata che evitino l’uso del fuoco. Nel frattempo, chi ha appiccato il rogo merita il processo previsto, ma non può trasformarsi nell’alibi per chi, a livello istituzionale, preferisce le parole alle opere.
La provocazione non è gratuita: vogliamo continuare a credere che basta un cartello o un avviso stampa per arginare la stupidità pratica? Oppure pretendiamo amministrazioni che rendano la scelta corretta anche quella più semplice? Finché la comodità individuale troverà meno ostacoli della responsabilità collettiva, assisteremo a nuove estati di fumo e rimpianto. E questa volta, a pagare non sarà «solo» chi ha acceso il fuoco: saremo tutti noi che respiriamo, camminiamo e proviamo a salvare ciò che resta del paesaggio.