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Licola in fiamme per “smaltire le sterpaglie”: responsabilità e alibi pubblici

Un uomo arrestato dopo aver incendiato 7 ettari di macchia mediterranea a Licola: non era un incidente da giardino ma la fotografia di una comunità che non sa prevenire, informare né offrire alternative. Chi paga il conto dell'incuria istituzionale?

Di Nina Chirico3 Agosto 2026 - 09:183 minuti fa 2 min di lettura
Licola in fiamme per “smaltire le sterpaglie”: responsabilità e alibi pubblici

Sette ettari di macchia mediterranea ridotti a cenere per una spiegazione da bar: «volevo solo smaltire sterpaglie». La cronaca di Pozzuoli registra l’arresto di un 52enne dopo l’incendio divampato vicino all’ex base Nato di Licola, e davanti a quell’immagine di alberi e sottochioma bruciati non reggono né le scuse né i luoghi comuni. Non stiamo parlando di un fuocherello domestico che ha preso male, ma di una perdita di territorio che pesa su chi vive, lavora e paga tasse: la natura non è un bidone privato e la superficialità individuale diventa danno collettivo.

La tragedia ambientale ha una seconda faccia: la gestione pubblica. Non è accettabile che, in una regione che ogni estate convive con il rischio incendi, le istituzioni non trovino un equilibrio tra informazione, prevenzione e servizi pratici per lo smaltimento del verde. Se la comunità non è aiutata a fare la cosa giusta, la scelta sbagliata resterà la più comoda. E quando il comodo sfocia nell’incendio, il conto lo pagano tutti, non solo chi ha acceso la fiamma.

Prevenzione, sanzioni e le alternative mancanti

Parliamo chiaro: sanzionare è necessario ma non basta. Serve offerta reale di servizi — raccolta porta a porta del verde, centri di compostaggio accessibili, ecodiscariche con orari e regole comprensibili — e campagne che non siano slogan di facciata. Nel frattempo, il ruolo di chi coordina le emergenze e chi ha potere di regia diventa cruciale: Il Controllore di Cerimonie e La Ditta delle Promesse devono dimostrare di non limitarsi alle dichiarazioni pubbliche. Le norme esistono, ma l’implementazione fa la differenza tra una multa efficace e la normalizzazione dell’illegalità praticata per comodità.

Le associazioni ambientaliste e i comitati locali non possono essere l’unico argine: servono scelte amministrative precise e risorse dedicate. Informare i cittadini non significa solo mandare un volantino prima dell’estate; significa creare percorsi di smaltimento economici e capillari, investire in squadre di pronto intervento e progettare interventi di pulizia controllata che evitino l’uso del fuoco. Nel frattempo, chi ha appiccato il rogo merita il processo previsto, ma non può trasformarsi nell’alibi per chi, a livello istituzionale, preferisce le parole alle opere.

La provocazione non è gratuita: vogliamo continuare a credere che basta un cartello o un avviso stampa per arginare la stupidità pratica? Oppure pretendiamo amministrazioni che rendano la scelta corretta anche quella più semplice? Finché la comodità individuale troverà meno ostacoli della responsabilità collettiva, assisteremo a nuove estati di fumo e rimpianto. E questa volta, a pagare non sarà «solo» chi ha acceso il fuoco: saremo tutti noi che respiriamo, camminiamo e proviamo a salvare ciò che resta del paesaggio.