Il 13 luglio una famiglia di Acerra ha ricevuto la peggiore delle notizie: la loro bambina è nata senza vita in una clinica locale. La versione iniziale parlava di un cordone ombelicale “strangolatore”, poi A.P., il padre, ha detto quello che molti sospettano da sempre: «Ci avevano detto che la nostra bimba era morta nel grembo di sua madre perché strangolata dal cordone ombelicale, ma dall’analisi dell’ultimo tracciato emerge una sofferenza fetale che è stata ignorata dal medico». Parole che pesano come pietre e che hanno spinto la Procura di Nola ad aprire un fascicolo per interruzione colposa di gravidanza e a disporre la riesumazione del corpicino. Non è un fatto isolato; è la sceneggiatura che troppo spesso si ripete quando la responsabilità medica inciampa nella fretta, nell’organizzazione mancante e nella comunicazione opportunistica.
La trasparenza non è un optional
Di fronte a una tragedia così netta la prima responsabilità non è quella del singolo cittadino che chiede giustizia, ma delle istituzioni che dovrebbero rendere meno probabile l’errore. Qui entra in scena La Ditta delle Promesse: promesse di riforme, piani, budget che, nei fatti, non si traducono in percorsi chiari per il parto, in formazione aggiornata per leggere un tracciato cardiotocografico o nella presenza di percorsi di emergenza davvero efficaci. È sbagliato ridurre tutto alla colpa individuale quando il sistema — sorvegliato da chi governa la sanità regionale — mostra crepe strutturali. Le famiglie si ritrovano a piangere e a dover chiedere spiegazioni che dovrebbero essere automatiche: dossier clinici chiari, cartelle consegnate senza resistenza, verifiche immediate sui protocolli applicati.
La riesumazione e l’inchiesta della Procura di Nola sono mosse obbligate, ma non bastano a restituire ciò che è andato perso. Serve rendere obbligatorio ciò che oggi è spesso negligente: revisione indipendente dei casi perinatali, registro pubblico degli eventi avversi, formazione obbligatoria e audit frequenti nei reparti ostetrici. Le famiglie meritano risposte e non slogan; meritano che la parola «trasparenza» non resti un cartellone elettorale appeso al muro. Chi deve decidere, investire e controllare — e lo ripeto senza indulgenza — non può limitarsi a parole di circostanza: o dimostra cambiamenti concreti o continueremo a contare vittime di una burocrazia che sacrifica la cura sull’altare del risparmio e dell’improvvisazione. La domanda che resta è semplice: pagheremo sempre noi il conto delle lacune, o finalmente qualcuno si prenderà la responsabilità vera di cambiare le cose?